Antonio Cartelli - Marco Palma

Marilena Maniaci
Il bibliotecario conservatore: quale offerta formativa

Convegno Professione bibliotecario. Come cambiano le strategie di formazione
(Milano, Palazzo delle Stelline, 11-12 marzo 2004)

      Circa vent’anni fa, intervenendo sullo stesso tema su cui mi è stato chiesto di proporre oggi le mie riflessioni, Alessandro Pratesi osservava che "per quanto riguarda i bibliotecari conservatori e la loro professionalità non c’è stato, o non c’è stato in modo vistoso, un mutamento radicale delle loro funzioni, così come si è verificato invece per i bibliotecari tout court, i quali, in conseguenza di realtà sociali, strutture organizzative e procedimenti tecnici assolutamente nuovi in cui o di fronte a cui essi si trovano ad operare, hanno dovuto necessariamente ricorrere ad una revisione concettuale della loro figura" [1]. Nell’affrontare un argomento lontano, anche se non estraneo, ai miei interessi consueti — conosco il mondo delle biblioteche da utente abituale, e non da professionista — mi sono chiesta se il giudizio di Pratesi conservasse ancora oggi la sua validità [2] e, più in generale, se esistesse davvero una visione chiara ed ampiamente condivisa delle funzioni specifiche, e soprattutto delle priorità attuali, del bibliotecario conservatore, ovvero — come preferirei definirlo superando la tradizionale ma inopportuna cesura fra manoscritti e primi libri a stampa [3] — del "bibliotecario di fondi antichi".
      Confesso di aver constatato con una certa sorpresa che le cose non stanno esattamente così. Certo, nel movimento di radicale trasformazione che ha investito in anni recenti la "professione bibliotecario", lo specialista di fondi antichi non può certo ambire ad un ruolo da protagonista, e l’interesse per la definizione di uno specifico profilo professionale rimane quindi, comprensibilmente, confinato ad una ristretta cerchia di interessati, oltre che — come sempre — estraneo a qualunque forma di esplicito riconoscimento a livello di canali di reclutamento. Anche fra il pubblico limitato degli "esperti", mi è parso tuttavia di registrare una percezione alquanto diversificata della specificità del bibliotecario del libro antico, in funzione dell’importanza attribuita all’una o all’altra delle componenti che ne definiscono l’attività.
      Ritengo allora che il mio contributo a questo convegno consista proprio nel focalizzare — dal punto di vista dello studioso — i compiti, alquanto variegati, che è chiamato a svolgere un "bibliotecario moderno di fondi antichi", e dunque i requisiti formativi essenziali per lo svolgimento di questo mestiere. Credo infatti che la definizione dei nuovi percorsi formativi universitari abbia sofferto, e non soltanto nel caso specifico, della carenza di una riflessione preliminare sufficientemente approfondita e adeguatamente pragmatica, e soprattutto della mancanza di un produttivo scambio di opinioni fra responsabili della formazione e professionisti già operanti "sul campo", inevitabilmente portatori di una diversa percezione dei problemi e delle contraddizioni che pesano sullo svolgimento dell’attività quotidiana. Questa mi sembra la sede adatta per portare la riflessione, anche se a posteriori, su questo essenziale terreno di confronto.

      È ben noto che tra la fine dell’antichità e l’inizio dell’età moderna è stata allestita in Italia una quantità eccezionale di beni artistici e librari, certamente superiore a quella che ha visto la luce nei singoli Paesi del resto d’Europa. Per limitarci ai beni librari, sappiamo che l’Italia ha prodotto il 38% circa delle edizioni a stampa anteriori al XVI secolo, seguita a ruota soltanto dalla Germania (32%) [4]. Quanto ai manoscritti mancano — e non a caso — calcoli precisi, ma la superiorità italiana è certamente ancora maggiore, data l’esiguità della produzione germanica nel corso del XIII e XIV secolo – cioè prima della fondazione delle principali università tedesche e d’Europa centrale — e la stagnazione di quella francese dal 1350 al 1450, dovuta agli effetti della Peste nera e alla situazione politica di quel Paese [5].
      Si tratta di un primato culturale certamente invidiabile, ma che è anche fonte di notevoli e specifiche contraddizioni, dato che proprio l’abbondanza del patrimonio conservato ne rende assai più complessa e delicata la gestione. I secoli passati erano alieni dal culto feticistico del cimelio archeologico, il cui obiettivo utopistico è "conservare tutto il conservabile". Era già abbastanza difficile preservare ciò che si riteneva funzionale all’uso corrente (tra cui, appunto, i manoscritti che, dato il loro costo di allestimento, erano teoricamente destinati a servire per secoli), anche se magari si utilizzavano le pietre dei templi antichi per costruire cattedrali. Salvo rare eccezioni, si accettava come naturale il fatto che qualsiasi manufatto, una volta fabbricato, entrasse inevitabilmente in un ciclo di consumazione, di degrado ed eventualmente di ulteriore riuso [6]. Non ci si preoccupava, in altri termini, che il volgere del tempo, rendendo sempre più difficile la conservazione delle testimonianze del passato, tendesse ad impedirne la ricostruzione storica. La situazione è del tutto diversa per noi moderni, allevati nella venerazione del passato e protesi nella volontà ostinata di svelarne la storia.
      I cimeli archeologici di ogni genere — e i libri in particolare — sono soggetti ad una serie di sollecitazioni che tendono ad alterarne lo stato originario, agendo su tre fronti:

  • tutto ciò che è incustodito tende ad essere disperso, in modo lecito o più spesso fraudolento;
  • tutto ciò che non è accuratamente preservato è destinato ad essere più rapidamente attaccato e degradato dall’ambiente [7];
  • tutto ciò che è custodito e preservato rischia comunque di essere distrutto da avvenimenti "violenti" e imprevedibili, di natura casuale (inondazioni, incendi) o deliberata (fatti bellici o atti vandalici, individuali o collettivi).

      Il cumulo eventuale di più di uno di questi "principi di entropia" — evidentemente collegati fra loro — costituisce ovviamente un fattore aggravante. Un ulteriore, e importantissimo, fattore aggravante è dato inoltre dall’assenza di censimento. Un libro sconosciuto è un libro virtualmente scomparso; e il passaggio dal "virtuale" al "reale" è più rapido di quanto non si creda. Il libro che non viene censito — e quindi né custodito, né preservato — è quello che corre potenzialmente il maggior numero di rischi.

      Tutto ciò che è incustodito tende ad essere disperso. Anche se la maggior parte dei beni culturali prodotti in Italia vi si trova ancor oggi, una quantità rilevante è emigrata all’estero nel corso dei secoli. I musei, le grandi biblioteche e le collezioni private europee e americane abbondano di cimeli — molti dei quali celeberrimi — sottratti al nostro patrimonio nazionale con la forza, con la frode o anche in seguito a transazioni commerciali più o meno lecite con i proprietari legittimi.
      Lo stillicidio continua tuttora, e con le medesime modalità, perché la contraddizione di base che ne è all’origine è rimasta di fatto immutata: l’Italia è stata abbastanza ricca da produrre e accumulare un immenso patrimonio culturale, ma è diventata, ed è, troppo povera per gestirlo nella sua interezza, e persino per arrivare a delinearne i contorni con precisione accettabile. Di conseguenza, tutto ciò che non è sufficientemente custodito è destinato a sparire illegalmente e tutto ciò che è proprietà di privati e di istituzioni troppo povere rischia di essere ceduto per far fronte a situazioni impreviste di difficoltà. La forza pubblica non ha i mezzi per presidiare tutte le sacrestie e le ville private al fine di impedire i saccheggi, e le pubbliche istituzioni non hanno i mezzi finanziari per trattenere, esercitando il diritto di prelazione, il patrimonio che si disperde senza sosta attraverso un’enorme quantità di piccole falle.

      Tutto ciò che non è preservato si degrada rapidamente per effetto dell’ambiente. Per "ambiente" si intendono, ovviamente, non soltanto gli agenti atmosferici (umidità, radiazioni non solo luminose, inquinamento) ma anche l’"armata silenziosa", composta da roditori, insetti, microorganismi, che agisce tanto più indisturbata quanto più il patrimonio è "morto", cioè sottratto alla vigilanza di occhi umani capaci di constatare i danni incipienti o avanzati.
      Fra i fattori di degrado va inoltre, purtroppo, annoverato anche quello di origine umana, rappresentato dalla cattiva conservazione e dalle forme invasive di restauro, unicamente protese a preservare quella che — quasi sempre a torto — si ritiene essere l’informazione essenziale fornita da un libro: la leggibilità del testo. Una legatura antica in cattivo stato viene (succede ancora oggi!) gettata via e sostituita da una moderna più solida (talvolta realizzata, paradossalmente, in uno stile imitativo); la pergamena arricciata viene energicamente spianata; la carta scurita dal tempo viene sbiancata con candeggina... Il restauro invasivo trasforma un testimone veridico in un sosia, certamente più "bello" e presentabile, ma spogliato definitivamente di qualsiasi valenza archeologica. La consapevolezza degli effetti nefasti delle operazioni di "restauro" è peraltro recente, e non certo universalmente diffusa.

      Tutto ciò che è custodito e preservato potrà comunque essere distrutto. È quanto è spesso accaduto nel corso dei secoli, ed è il fattore che più colpisce l’immaginazione e induce a credere che la "barbarie" sia la principale responsabile dell’assottigliamento del patrimonio librario: in Gran Bretagna la Riforma anglicana, in Francia le guerre di religione e la Rivoluzione francese, in Italia l’incendio della Biblioteca nazionale di Torino nel 1904 e l’inondazione fiorentina del 1966, in Belgio la duplice distruzione dei manoscritti della biblioteca dell’Università di Lovanio, una prima volta durante la Grande guerra e una seconda nel 1940. Di fronte a questi eventi notissimi e spettacolari si dimentica che la vera fautrice dello scempio non è la "barbarie", ma la "civiltà", e cioè l’avvento del libro a stampa: la quasi totalità del patrimonio manoscritto privato, e una buona parte di quello istituzionale — non a caso, la parte qualitativamente meno ricca — è andato perduto, per semplice incuria, già prima della metà del secolo XVI [8].
      Fra i fattori di distruzione non va dimenticato infine il vandalismo individuale, mosso non solo dall’avidità di guadagno ma anche, paradossalmente, da una malintesa avidità di sapere e dal gusto del cimelio bello o venerabile. Vandalismo che era già all’opera fin dal medioevo, vera e propria ossessione del bibliotecario, e di cui sono testimoni i fascicoli mancanti, le pagine con le miniature asportate e le iniziali ritagliate. Che cosa sono i cosiddetti membra disiecta, se non la traccia visibile di questo intenso lavorio sotterraneo?

      Di fronte all’impatto cumulato delle circostanze avverse, potrebbe venire spontaneo paragonare il bibliotecario ad una sentinella, incaricata di mantenere per quanto possibile intatto un fazzoletto di terreno più o meno vasto, ma comunque ben delimitato. A condizione che i volumi siano dotati di una segnatura univoca, l’esecuzione periodica di controlli sulla loro effettiva presenza e sulla loro corretta collocazione sugli scaffali, nonché sulla loro integrità fisica e il loro stato di "salute" garantirà che il patrimonio affidato alle cure di un attento custode possa resistere tale e quale in eterno. In questa prospettiva, si può essere portati a credere, ma erroneamente, che la soluzione più favorevole alla conservazione sia l’assenza totale di interazione dei libri con l’esterno [9].
      Il bibliotecario, tuttavia, non può ridursi ad una sentinella, ma ha anche un compito indispensabile di mediatore, ovvero di tramite fra i libri e le persone. Persone che possono essere studiosi — cioè storici lato sensu, filologi, paleografi e codicologi — ma anche semplicemente uomini di cultura sensibili all’acquisizione di nuove conoscenze o addirittura individui di istruzione media o bassa che hanno anch’essi il diritto di ammirare i cimeli del passato, o se non altro di conoscerne l’esistenza. Ne scaturisce una contraddizione di fondo, fra la tutela del "bene libro" e i suoi differenti tipi di fruizione, ed è estremamente difficile trovare, tra i due poli opposti, un compromesso soddisfacente per tutti.
      Prima ancora di esprimersi sotto forma di comportamenti concreti, la contraddizione ha però un’essenziale valenza ideologica. Lo scopo intrinseco della conservazione del passato non può essere altro che una sua migliore conoscenza, e l’approfondimento della conoscenza presuppone necessariamente l’interazione diretta del cimelio con uno o più osservatori e secondo modalità diverse: singolo esame da parte di uno o di più osservatori simultanei, successione nel tempo di più osservazioni di un medesimo osservatore, successione nel tempo di più osservazioni condotte da osservatori diversi. Esame autoptico, ma eventualmente strumentale che, anche senza essere distruttivo, espone comunque gli oggetti ad una serie di manipolazioni diverse da quelle funzionali al loro uso abituale, e di conseguenza virtualmente pericolose.

      La contraddizione è sempre esistita, ma tende oggi rapidamente ad acuirsi — per ragioni diverse e complesse — traducendosi in prassi e regolamenti che non di rado, visti dall’esterno, assumono accenti sempre più vessatori [10].
      Il mio punto di vista in proposito non può essere che quello di chi osserva i libri a fini di ricerca e che ritiene perciò irrinunciabile la possibilità — certo, non indiscriminata — di un contatto diretto con l’oggetto. In questa prospettiva, il compito affidato al bibliotecario-mediatore può essere scomposto in tre aspetti essenziali:

  • poiché la biblioteca è un "punto di convergenza virtuale" di studiosi residenti in ogni parte del mondo, è necessario che sia disponibile a distanza una descrizione il più possibile accurata dei fondi, cioè in sostanza un catalogo;
  • poiché la biblioteca è anche un "punto di convergenza materiale", è opportuno facilitare al massimo, dal punto di vista logistico, l’accesso degli studiosi ai fondi;
  • poiché il pubblico colto ma non specialista e il "grande pubblico" non hanno accesso diretto alla consultazione dei fondi, si pone l’esigenza di proporre un accesso ragionato e coerente ai cimeli più rappresentativi della cultura scritta o dell’arte del passato, vale a dire — in termini tradizionali — una mostra.

      Si tratta di tre compiti di ciascuno dei quali nessuno negherebbe il peso e la complessità, e che non a caso non sono mai stati svolti né tutti simultaneamente, né dappertutto, né con piena efficienza. La migliore approssimazione — almeno per i primi due aspetti — può essere forse individuata nella situazione delle biblioteche anglosassoni nel corso del XIX secolo e fino alla fine degli anni ‘70 del XX, quando l’accesso al mondo del manoscritto e del libro antico era riservato ad un’élite. Questa élite era essenzialmente costituita da filologi o storici dell’arte, il cui rapporto con il libro era limitato essenzialmente al testo e all’immagine, il cui contenitore era sovranamente ignorato. Chi intratteneva rapporti di studio con l’oggetto-libro era il bibliotecario: personaggio solitamente di grande cultura e competenza, che era in grado di coadiuvare lo studioso esterno, di condurre autonomamente la propria ricerca, e soprattutto di produrre cataloghi che, per l’epoca, erano spesso di notevole qualità [11]. In sostanza, nel mondo anglosassone la carriera del bibliotecario era lo sbocco pressoché obbligato di chi aspirava a lavorare sul libro antico, manoscritto o a stampa, anche se non mancavano occasioni di "trasferimento" dalle biblioteche all’Università. Con maggiore o minore fortuna, lo stesso modello si è riproposto anche altrove, per esempio in Francia, ove gli specialisti del manoscritto e del libro antico provengono ancora, in massima parte, da una prestigiosa scuola speciale: l’"École nationale des chartes" [12]. Quanto alla Germania, la posizione di indiscussa preminenza nella gestione e valorizzazione del patrimonio manoscritto si deve in misura pressoché esclusiva all’alto profilo dello "Handschriftenbibliothekar", responsabile in prima persona — insieme a storici e filologi — non soltanto del progresso delle conoscenze, ma anche dell’insegnamento universitario delle discipline paleografiche e codicologiche, che la struttura accademica relega al ruolo secondario di "Hilfswissenschaften" [13].
      In altre realtà nazionali, invece, fra cui l’Italia, la figura del bibliotecario-ricercatore — pur se non del tutto assente nei fatti — non si è mai realmente affermata. Per il nostro Paese, una delle cause va forse ricercata nell’esistenza di numerose cattedre di paleografia, codicologia e bibliologia, che hanno paradossalmente "frenato" il definirsi di una fisionomia, e di una carriera, di bibliotecario capace di portare avanti, al di fuori e indipendentemente dall’Università, iniziative autonome di studio e di ricerca.
      Una "drammatica" conseguenza di questa situazione è lo stato deplorevole, sul piano quantitativo, della catalografia italiana per ciò che riguarda i manoscritti. Certo, esso è dovuto almeno in parte alla sovrabbondanza scoraggiante e alla dispersione capillare del materiale da descrivere. Ma va riconosciuto che in Italia la catalografia è rimasta, e rimane ancora per molti aspetti, una no man’s land, ove ciascuna delle parti potenzialmente coinvolte ha cercato sistematicamente di circoscrivere o attribuire ad altri le responsabilità.
      La contraddizione è nota ed evidente: al pari dell’edizione critica dei testi, la catalografia dei manoscritti richiede una vasta esperienza (la memoria di centinaia di volumi visti in precedenza) e numerose e svariate competenze: testuali, filologiche, paleografiche, iconografiche e non da ultimo codicologiche, che è estremamente raro trovare riunite nella medesima persona. Succede inoltre comprensibilmente che chi le possiede — e che è di norma uno studioso già maturo e affermato — non abbia voglia di dedicarsi ad un compito tanto ingrato e gravoso: non a caso, è rarissimo che i titolari di cattedre universitarie abbiano firmato cataloghi redatti di persona, e le non molte eccezioni riguardano per lo più lavori svolti in giovane età. D’altro lato, a parte la mancanza di tempo e l’assenza di canali di formazione e di reclutamento specifici, il bibliotecario volonteroso rischia comprensibilmente di sentirsi troppo poco "attrezzato", soprattutto quando si tratta di datare e localizzare i manoscritti, e inutilmente esposto alle critiche di chi invece lo è.
      Di qui la scarsità delle iniziative [14] e, soprattutto, il loro indefinito prolungarsi nel tempo; di qui anche il ricorso sempre più massiccio alle procedure di outsourcing, che consentono in situazioni specifiche — affiancandosi o integrandosi alle iniziative nazionali — di portare avanti il lavoro di descrizione affidandolo ad imprese private (cooperative o società), obbligate per contratto a rispettare costi e tempi di consegna ragionevoli. Una soluzione palliativa di privatizzazione, giudicata non a torto come "un grande passo avanti" [15] — per il vantaggio indubbio di aver accresciuto significativamente, negli ultimi anni, la quantità del materiale descritto —, ma della quale non vanno sottovalutati gli inconvenienti [16], il principale dei quali consiste appunto nel sancire una situazione definitiva di "scollamento" fra i responsabili istituzionali dei fondi antichi e il materiale affidato alle loro cure [17].
      La tendenza delle discipline del libro antico ad una sempre maggiore specializzazione e il conseguente complicarsi delle esigenze degli studiosi rendono improponibile il ritorno alla figura del "bibliotecario erudito" di una volta, ma non bastano a mio avviso a giustificare l’abbandono generalizzato — tanto da essere ormai evocato come una realtà ineluttabile [18] — del modello del "bibliotecario-ricercatore", abituato a far spazio, fra i propri compiti di ufficio, alle attività di catalogazione e di scandaglio dei fondi. La vera ragione del cambiamento sembra purtroppo da identificare nell’emergere non casuale di una concezione "neoliberale" della biblioteca di conservazione, che è poi la stessa che investe — o tenta di investire — altri ambienti e altre istituzioni. Secondo tale concezione, l’attività culturale — e quindi la conservazione dei beni librari del passato, come l’attività di ricerca ad essi relativa — è considerata come un lusso marginale e inutilmente oneroso. La sola attività considerata "utile" è quella rivolta a soddisfare i bisogni del "grande pubblico", cioè quella che — guarda caso — comporta un massimo di visibilità "mediatica" e, sotto sotto, politica, a livello locale.
      L’affermarsi di questa visione ha provocato gradualmente un certo numero di conseguenze che sarebbe difficile non giudicare negativamente:

  • le biblioteche tendono sempre più a considerarsi come proprietarie dei libri, e non come gerenti, nell’interesse comune, di un bene di pubblica proprietà, tendono quindi a far pagare i loro servizi ai lettori, e a farli pagare sempre più cari [19]. In particolare, si è assistito negli ultimi anni ad una crescita esponenziale del costo delle riproduzioni: non solo le riproduzioni di immagini, ma anche quelle di pagine di testo; non solo quelle destinate ad uno sfruttamento commerciale, ma anche quelle destinate all’uso scientifico;
  • l’organizzazione sempre più intensa di mostre comporta, dal canto suo, un duplice effetto negativo. Da un lato, espone i cimeli più preziosi al degrado e al pericolo più grave, lo spostamento su lunghe distanze (la più cospicua delle assicurazioni non sarebbe in grado di ripristinare il bene perduto) [20]. Dall’altro — cosa ben più grave — focalizza l’interesse del pubblico sulla componente più appariscente dei libri antichi — la miniatura — e l’interesse di una biblioteca sui suoi volumi più celebri, che si contano, nel migliore dei casi, sulle dita di una mano. La biblioteca diventa così non più il deposito naturale di centinaia o migliaia di oggetti interessanti che contengono testi interessanti e che il curioso del passato è invogliato ad interrogare con profitto, ma una vetrina di immagini, come se la produzione di libri potesse riassumersi nella fabbricazione dei "bei libri", estremamente minoritari (e la cui presenza nei fondi attuali è per di più sopravvalutata dalla selettività del processo di perdita a scapito dei libri meno ricchi), e come se la storia del libro potesse essere confusa tout court con la storia dell’arte. D’altro lato, la concentrazione dell’interesse sui "bei libri" aumenta la pressione del pubblico desideroso di "toccarli con mano", nonché la pressione dell’editoria commerciale, interessata a riprodurli in cataloghi e fac-simili venduti a carissimo prezzo [21]. L’accesso reale di un’élite ristretta ad una grande quantità di libri è così sostituito dall’accesso virtuale di una grande quantità di persone ad una élite assai ristretta di libri. Pur senza voler sottovalutare l’interesse e l’utilità di una divulgazione accorta e corretta, c’è da chiedersi seriamente se il cambiamento in atto rappresenti un vero e proprio progresso;
  • la figura del bibliotecario, di conseguenza, muta radicalmente statuto. Completamente tagliato fuori — anche soltanto per mancanza di tempo — dal circuito della ricerca per trasformarsi in semplice custos librorum, viene ad essere oberato per di più da un peso crescente di mansioni amministrative e da un nuovo ruolo di organizzatore di manifestazioni mediatiche, che lo obbliga a continue e spettacolari riconversioni, in funzione di un calendario di eventi di cui spesso non è neppure il promotore. Il reclutamento di nuovo personale — da sempre operato senza tenere alcun conto delle specializzazioni in possesso dei candidati — ricalca ovviamente questa nuova realtà. Il rischio è che si generalizzi, soprattutto nelle grandi biblioteche, una figura di "bibliotecario-burocrate", sostanzialmente estraneo ai fondi della cui gestione è ritenuto responsabile, in quanto non ne conosce in maniera approfondita né il contenuto, né la storia, né l’interesse; peggio ancora, non riceve nessun incentivo a maturare questo tipo di conoscenze. Risultato finale: il "bibliotecario-burocrate" è incapace di svolgere il suo ruolo di intermediario fra libri e studiosi: non conosce i libri, e non è quindi in grado di regolamentarne ragionevolmente l’accesso; considerato responsabile dell’integrità di un fondo senza avere la formazione necessaria, tenderà logicamente a privilegiare il suo ruolo di sentinella e a rifugiarsi in comportamenti radicali, ispirati non tanto dalla preoccupazione di tutelare i libri, quanto dal comprensibile desiderio di perpetuare la propria tranquillità [22].

      Quest’ultima "evoluzione" costituisce una minaccia grave per lo studioso del libro, che ha un bisogno vitale di accedere direttamente ai fondi antichi: senza contare il fatto che eliminare l’interazione concreta fra libro e studioso finisce col vanificare il principio stesso che ispira i divieti, cioè la conservazione dell’oggetto, così come l’esclusivismo del collezionista bibliofilo — che si impadronisce di un cimelio non per rendere servizio all’arte e alla scienza, ma unicamente per rinchiuderlo nella propria cassaforte vietandone severamente l’accesso — produce effetti deleteri per la storia della cultura.
      La tendenza a preservare ad ogni costo l’informazione materiale contenuta in un libro è certamente un obiettivo pienamente condivisibile, insorto anche come reazione agli scempi compiuti da un passato di pratiche troppo disinvolte di restauro, che hanno prodotto danni spesso irrimediabili.
      Tuttavia — come ben sanno i professionisti del settore — le esigenze della conservazione non possono essere ridotte all’applicazione di ricette assolute, ma interagiscono necessariamente e si misurano costantemente con quelle, altrettanto legittime, della conoscenza, ove si tratta di decidere se l’acquisizione di un’informazione può implicare la perdita di un’altra, giudicata relativamente meno importante [23]. Se è inammissibile che lo studioso possa arrogarsi da solo il diritto di intervenire pesantemente e senza controllo su un libro antico, è altrettanto insoddisfacente lasciare che un bibliotecario privo di una formazione specifica sia il solo a decidere ciò che è lecito o non è lecito fare, e chi ha la facoltà di fare.
      Un contributo significativo alla soluzione dell’antagonismo latente fra conoscenza e preservazione potrebbe venire dal progredire della tecnologia, che si traduce sia nella messa a punto di tecniche non distruttive e di strumenti di osservazione meno invasivi, che nella diffusione sempre più sofisticata, capillare e flessibile via Internet dell’informazione relativa ai fondi antichi (cataloghi e immagini).
      Ma il progresso in sé non è sufficiente se non è sorretto da una volontà precisa di assimilarlo e di servirsene correttamente. Un esempio istruttivo di "distorsione tecnologica" è offerto dal microfilm, che per anni ha svolto con successo il suo ruolo di mediatore fra il libro e lo studioso. La sua funzione era chiara e da tutti accettata: sostituire l’esame autoptico del libro quando lo studioso si trovava nell’impossibilità di recarsi sul posto. Grazie al microfilm, lo studioso poteva riunire presso di sé una biblioteca virtuale che non avrebbe mai avuto modo di consultare simultaneamente, e ne conseguiva un vantaggio non trascurabile. Secondariamente, il microfilm assolveva implicitamente, e ottimamente, un’altra funzione: quella di rendere inutile, in molti casi, l’accesso diretto e quotidiano al libro. Per chi si interessa al testo in vista dell’allestimento di un’edizione critica, l’esame autoptico di tutti i testimoni — ivi compresi i più tardi — di una tradizione manoscritta nutrita costituirebbe un lavoro inutilmente gravoso.
      Al giorno d’oggi, l’ideologia del feticcio tende ad imporre il microfilm e i suoi più moderni surrogati come una barriera invalicabile eretta fra il libro e lo studioso. Non più uno strumento di mediazione, ma l’elemento di un processo di "estromissione programmata". Con i progressi sempre più rapidi e sorprendenti delle tecniche di riproduzione, archiviazione, diffusione e manipolazione digitale delle immagini, la possibilità di accedere al documento originale rischia di essere, in un prossimo futuro, sempre più drasticamente ristretta, in nome dell’esigenza di proteggere l’"oggetto-libro" – al pari di qualunque altra testimonianza della cultura materiale del passato – da manipolazioni usuranti, e di preservarne la durata nel tempo. Intraprendere un viaggio di centinaia di chilometri per arrivare in una sala manoscritti e vedersi negare l’accesso diretto all’oggetto, con l’invito ad accontentarsi di un microfilm o di un CD-Rom che si sarebbe potuto tranquillamente consultare a casa propria, è un’esperienza inaccettabile ed estremamente frustrante.
      L’esempio tende a dimostrare che l’uso delle nuove tecnologie è virtualmente capace, come lo è stato a suo tempo il microfilm, di risolvere molti problemi. Nuove prospettive si aprono, in particolare, per una catalografia e una documentazione dei fondi "on line" e "in progress", alimentata collettivamente, rispetto alla quale il ruolo del bibliotecario di fondi antichi si carica potenzialmente di un’ennesima valenza, di coordinatore sul piano della gestione, anche se non di esclusivo responsabile sul piano scientifico [24].
      Un altro ambito in cui la discrezionalità del bibliotecario assume un ruolo cruciale riguarda la limitazione quotidiana del numero dei manoscritti consultabili e la negazione categorica dell’accesso degli studiosi ai depositi, che rende materialmente impossibile la conduzione di indagini fondate sul rilevamento sistematico di dati codicologici o bibliologici. In questo caso, l’applicazione dogmatica di un regolamento rischia di avere come conseguenza l’innalzamento di un vero e proprio "muro" tra il libro e lo studioso e l’impossibilità di condurre a termine determinate ricerche. Viceversa, la presenza di bibliotecari adeguatamente formati e capaci di discriminare può tradursi — come è già avvenuto — in un’opportunità di progresso [25].

      Più che trasformarsi radicalmente, la formazione del bibliotecario di fondi antichi si è quindi venuta a caricare di un insieme di nuove incombenze che tuttavia o far passare in secondo piano il fondamento a mio avviso imprescindibile della sua professionalità, vale a dire la conoscenza approfondita dell'informazione veicolata dall'oggetto archeologico — manoscritto o libro a stampa — da un lato per non rischiare di sminuirla o di perderla a causa di interventi invasivi, dall’altro per facilitarne la conoscenza da parte di chi fa ricerca (senza escludere che possa trattarsi del bibliotecario stesso) [26].
      Non me la sento, perciò, di concordare con quanti stimano che la specificità del bibliotecario del libro antico vada ridotta al suo rapporto con il libro come oggetto fisico — sempre meno esclusivo nella prassi del bibliotecario "moderno" — e che le sue competenze precipue di "conservatore" potrebbero pertanto estendersi all’intero ambito dei libri "non virtuali", antichi e moderni.
      Ciò premesso, al crocevia fra istanze di vario ordine — conservare, conoscere, mediare, gestire, valorizzare — la formazione del bibliotecario di fondi antichi non può che definirsi, in concreto, come la risultante di un intreccio fra saperi tradizionali e nuove competenze, queste ultime a loro volta articolate in conoscenze teoriche e abilità di carattere puramente tecnico-pratico (troppo spesso confuse).
      Il problema della definizione di un percorso formativo efficace consiste dunque, in teoria, nell’organizzare questo insieme variegato di saperi in una progressione coerente e graduata e nell’operare le selezioni necessarie — non è compito dell’Università fornire un sapere "chiuso" né puramente strumentale —; a ciò si aggiunge la difficoltà pratica di inquadrare tali saperi nell’architettura dei raggruppamenti disciplinari e soprattutto di definirne concretamente i contenuti.
      Pur conoscendo a sufficienza i vincoli e le insidie delle tabelle ministeriali e più in generale le acrobazie che comporta l’"invenzione" di corsi di "nuovo ordinamento", sono priva di esperienza diretta nella definizione di percorsi formativi di livello triennale o biennale per bibliotecari e archivisti: mi limiterò quindi a proporre alcune osservazioni di fondo suggeritemi dalle esperienze avviate, tenendo conto che, soprattutto per quanto concerne le lauree specialistiche, appena inaugurate, i siti Internet delle facoltà non forniscono sempre i dati necessari per farsi un’idea concreta delle specifiche proposte formative.
      Sorvolerò su un primo ordine di considerazioni, relativo alle lauree triennali in archivistica e biblioteconomia [27], i cui "punti critici" possono essere riassunti come segue:

  • l’inquadramento all’interno della classe 13 di lauree triennali in "Scienze dei beni culturali", contenitore troppo diversificato di "beni culturali" la cui gestione comporta profili diversi;
  • l’eccessiva eterogeneità dell’offerta, caratterizzata nella maggioranza dei casi da una base preponderante di materie "liceali" di area umanistica e da un corollario alquanto frastagliato di insegnamenti afferenti ad aree diverse (giuridica, economica, sociologica, scientifica), giustapposti in proporzioni variabili. La situazione delle lauree triennali tradisce, da un lato, una contraddizione intrinseca nella riforma, combattuta fra la tentazione di appiattire la formazione di base su un livello "ipergeneralistico" e l’esigenza di conferire alla laurea triennale una seducente coloritura professionalizzante. Dall’altro, essa riflette la sostanziale assenza di prospettive occupazionali definite, e adeguatamente regolamentate, per il laureato triennale;
  • l’incidenza ridotta e il carattere del tutto episodico dei cosiddetti stage o "tirocini": anche se è vero che l’istituto giuridico della convenzione consente di stabilire a questo fine rapporti con soggetti pubblici e privati, lo stage – quando realmente effettuato — risulta spesso sganciato dalla didattica effettiva, di durata troppo breve e non sostenuto da una programmazione concreta delle attività, concordata fra università e istituzione accogliente.

      So di esprimere un’opinione che rischia di essere scarsamente condivisa, ma confesso di non essere persuasa della necessità assoluta di una laurea triennale specificamente orientata verso la professione di bibliotecario e di avere dubbi ancora più forti sull’opportunità di individuare una classe di lauree triennali specifica per la biblioteconomia. Sarei piuttosto propensa a concentrare lo sforzo di definizione di un percorso specificamente professionalizzante sul successivo livello biennale, eventualmente integrato dall’ulteriore apporto di master e specializzazioni, adeguatamente mirati alla trattazione di aspetti specifici.
      In ogni caso, sono del parere che la responsabilità della formazione del bibliotecario di fondi antichi competa alla laurea specialistica, da rendere accessibile — con le necessarie integrazioni — a partire da un ventaglio definito, ma non aprioristicamente ristretto, di lauree triennali ad orientamento "umanistico".
      Lo spazio limitato rappresentato dai 120 crediti impone evidentemente una selezione oculata e severa. Dovendo operare delle scelte drastiche, darei per scontato il possesso di una imprescindibile "cornice" umanistica (conoscenze storiche, linguistiche e letterarie): ritengo infatti che un’Università più concretamente (anche se non esclusivamente) orientata verso il mondo del lavoro dovrebbe uscire dal circuito di "coazione a ripetere", ad ogni livello successivo, il bagaglio delle conoscenze scolastiche, addossando la responsabilità di una simile scelta all’abbassamento qualitativo degli standard della formazione liceale. Una porzione significativa del monte ore complessivo va indirizzata piuttosto alla costituzione di una solida cultura settoriale specifica (codicologia, paleografie [28], storia del libro a stampa, storia della decorazione del libro manoscritto e a stampa, storia delle biblioteche, metodologie e tecniche della conservazione e del restauro [29] …), non limitata però all’acquisizione delle basi teoriche, ma anche — direi anzi soprattutto — orientata verso l’applicazione concreta delle competenze acquisite, ad esempio nel settore della catalogazione [30], per far fronte al paradosso attuale per cui le persone in grado di catalogare si formano attualmente al di fuori delle Università [31]. In questo quadro penso che debbano rientrare anche indispensabili conoscenze di informatica e telematica applicata, evitando tuttavia ogni eccesso di teorizzazione astratta e svincolata dalle concrete esigenze della professione.
      Mi convince assai meno l’enfasi portata sulla presenza di generici insegnamenti appartenenti all’area della sociologia e della scienze della comunicazione [32]. Per il bibliotecario "di base", penso che i problemi posti dalle relazioni interne all’ambiente di lavoro e da quelle esterne con il pubblico specializzato e non (ivi compresa l’organizzazione di eventi), possano essere affrontati e risolti utilizzando l’esperienza acquisita sul campo e un po’ di "sano buon senso" [33]; altro è ovviamente il discorso per quanto concerne i ruoli direttivi, i cui elementi di professionalità specifica ben si prestano a costituire l’oggetto di master opportunamente mirati all’approfondimento di tematiche particolari.
      Un discorso analogo mi sembra possa valere per quanto concerne i contenuti funzionali all’acquisizione di competenze gestionali, fatta salva la necessità di un essenziale inquadramento legislativo e di un’introduzione alle problematiche della gestione amministrativa e finanziaria, la cui trattazione approfondita potrà essere più utilmente rimandata, per quanti si troveranno ad averne espressamente bisogno in una fase ulteriore della carriera, ad un apposito corso integrativo post lauream.
      Il nodo veramente cruciale mi sembra essere però un altro, vale a dire quello dei contatti effettivi fra formazione accademica e mondo del lavoro, che significa, nello specifico — la quantità e soprattutto la qualità dei rapporti fra l’Università e il mondo delle biblioteche. Nel microcosmo del libro antico, non mancano esempi recenti di interazione "virtuosa", che hanno dato vita a progetti e prodotti notevoli per livello scientifico e per potenziale innovativo [34]. Non ci si deve tuttavia nascondere che i rapporti "istituzionali" fra studiosi e bibliotecari sono — oggi più che in passato — viziati da uno squilibrio di fondo, per cui una sola è di fatto la parte cui spetta il ruolo di formulare proposte, condurre iniziative, monitorarne e verificarne i risultati, con il rischio che i progetti avviati manchino del necessario radicamento nella sede coinvolta e finiscano con l’arenarsi, malgrado le buone premesse, per mancanza di personale interno in grado di assicurarne autonomamente la continuità.
      Un indizio a mio parere significativo dell’interazione tutt’altro che ottimale, sul terreno della formazione congiunta, fra Università e biblioteche (non soltanto di conservazione) sta nella limitata incidenza, anche sul curriculum biennale, dell’attività pratica di tirocinio, quantificata in un numero assolutamente minoritario di crediti formativi, a fronte dei lunghi periodi di "formazione sul campo" previsti dalla formazione per bibliotecari nei principali Paesi d’Europa [35], e spesso non sostenuta — se non unicamente sulla carta — da un "progetto formativo" puntualmente concordato con l’istituzione accogliente. Già rilevata a livello di triennio, la scarsità del ricorso all’attività pratica, a fianco della formazione accademica, costituisce, a mio parere, la vera "occasione perduta" della riforma. Per la stessa ragione, anche la redazione della tesi finale rischia di rimanere un saggio puramente teorico e non un’occasione di misurarsi con una potenziale attività professionale. È vero che la prova finale può consistere in un lavoro specificamente attinente gli aspetti più formazione ricevuta, fra cui ad esempio, la redazione di un catalogo, ma è nota la scarsa considerazione di cui gode, in ambiente accademico, questo genere di attività, cui viene non di rado più o meno esplicitamente negato lo statuto di lavoro scientifico.
      È chiaro che, per quanto concerne il libro antico, l’ideale di una formazione integrata presuppone l’attivazione selettiva di curricula specifici in un numero limitato di sedi, caratterizzate possibilmente dalla prossimità di fondi significativi di libri antichi, oltre che da una tradizione consolidata di studi sul libro manoscritto. Non è un caso che attualmente, all’interno delle 12 proposte di laurea specialistica attivate o annunciate all’interno della classe 5/S ("Archivistica e biblioteconomia"), solo tre curricula, inaugurati ad Arezzo, Pavia e Venezia [36], si qualificano per l’attenzione specifica e quantitativamente significativa dedicata al libro (e al documento) medievale [37].
      Se l’offerta delle singole sedi risulta difficilmente confrontabile per via dell’elevato livello di discrezionalità delle scelte operabili all’interno delle diverse tipologie di insegnamenti "di base", "caratterizzanti" ed "affini", va attirata l’attenzione sul diverso peso attribuito alla prova finale (20 CFU ad Arezzo, 35 a Pavia, 40 a Venezia) e allo stage o tirocinio, di incidenza ovunque marginale (8 CFU a Venezia, 10 ad Arezzo, numero non quantificato a Pavia).
Credo che per una valutazione dell’efficacia dei percorsi proposti sia opportuno — ammesso che le riforme che si susseguono a ritmo incalzante ce ne offrano la possibilità — attendere per entrambe almeno il compimento dei primi cicli appena avviati. Come docente dell’Università di Cassino, mi spiace invece dover notare l’assenza — speriamo provvisoria — di una proposta proveniente dalla mia sede di appartenenza, caratterizzata da una ricca tradizione di studi sul manoscritto, proposta che verrebbe oltretutto a colmare un vuoto relativo al centro-sud.
      A Cassino è attiva invece sin dal 1987 una "Scuola di specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà monastica" — poi ridenominata "Scuola di specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà medievale" — di durata triennale e accessibile tramite concorso [38]. I dodici insegnamenti che compongono a tutt’oggi il piano didattico — fra i quali non compaiono né la biblioteconomia, né la storia delle biblioteche, né alcuna nozione di teoria e tecnica di catalogazione, né tanto meno l’informatica applicata a questo àmbito [39] — qualificano eloquentemente la Scuola come una struttura orientata di fatto più verso la ricerca che verso la formazione professionale (lo conferma il fatto che molti fra gli iscritti o i diplomati sono risultati vincitori di dottorati di ricerca e alcuni hanno poi trovato collocazione stabile nell’Università). Ciò non toglie che essa abbia contribuito significativamente, negli ultimi anni, ad alimentare l’organico dei bibliotecari assunti attraverso gli ultimi concorsi pubblici, alcuni dei quali prestano attualmente servizio in prestigiose biblioteche di conservazione. Se il programma didattico reclama evidentemente un ripensamento legato soprattutto all’evoluzione delle tecnologie, alla luce di quanto si è venuto osservando sino ad ora il limite evidente della Scuola consiste, ancora una volta, nella mancanza di un’adeguata dose di pratica da affiancare alla teoria, mancanza solo in parte supplita dall’iniziativa autonoma di singoli docenti animatori di progetti alla cui realizzazione gli specializzandi partecipano a pieno titolo [40]. La definizione di una proposta di ordinamento riformato, articolato su due anni invece che sugli attuali tre, dovrà dunque porsi l’obiettivo di caratterizzare più decisamente la fisionomia della Scuola come livello superiore di completamento di un percorso di formazione professionale specialistica avviata con la laurea biennale, e che non me la sentirei di liquidare come un inutile posticipo del momento di ingresso nel mondo della professione [41].
      Per finire, merita infine almeno un cenno il panorama dei master e degli altri corsi di livello universitario che costituiscono, in generale, una novità recente nel panorama della formazione e la cui offerta ha investito anche il settore specifico del libro antico e indirettamente la stessa "professione bibliotecario". Il successo riscosso — malgrado i costi di iscrizione non di rado elevati — da questo genere di iniziative dà la misura delle difficoltà di inserimento diretto nel mercato del lavoro incontrate dai giovani in possesso di un titolo universitario, ma anche della richiesta di profili professionali caratterizzati da un apporto di specifiche competenze, di carattere più marcatamente operativo, anche se innestate su una solida base teorica, oltre che dalle esigenze dell’aggiornamento e della formazione permanente. Non è un caso che — a differenza dei curricula universitari — i master prevedano, nella norma, lo svolgimento di consistenti periodi di stage presso strutture convenzionate. Anche se non va sottovalutato il rischio di una indiscriminata proliferazione dei corsi, oltre a quello di una insufficiente selezione in ingresso e della conseguente eterogeneità dei partecipanti, master e corsi analoghi possono offrire all’aspirante bibliotecario o al dipendente già in servizio — ma anche a chi aspira a contribuire come professionista esterno al censimento e alla valorizzazione del libro antico — un’opportunità positiva di approfondimento di tematiche puntuali, come ad esempio il management o la catalogazione delle raccolte [42].
      Credo difatti che l’attuale complessità del mercato del lavoro giustifichi la compresenza di iniziative e soggetti diversi nel campo della formazione di professionalità specificamente mirate al libro antico — bibliotecario, catalogatore, gestore, valorizzatore, restauratore — a condizione di aver chiare le esigenze cui ciascuna delle proposte formative corrisponde e la specificità dei compiti che le figure formate sono chiamati concretamente ad assolvere.

Note bibliografiche

  1. A. Pratesi, Formazione del bibliotecario conservatore, in Ruolo e formazione del bibliotecario. Atti del 29. Congresso dell'Associazione italiana biblioteche: Firenze, 29 gennaio-1 febbraio 1981, Firenze 1983, 79-86: 79.
  2. Diverso sembra essere il quadro suggerito dagli intervenuti alla conferenza europea organizzata dalla Ligue des Bibliothèques Européennes de Recherche (LIBER) sul tema The Changing Role of the Manuscript Librarian (The Hague, Koninklijke Bibliotheek, 5-8 marzo 2003): cf. http://www.kb.nl/coop/liber/mss/, con pubblicazione parziale delle relazioni.
  3. La cesura è la conseguenza di una prassi già antica, che risale già alla fine del XV secolo, quando i codici sopravvissuti nelle biblioteche collettive, diventati cimeli, vengono censiti e confinati in biblioteche di conservazione riservate all’attività filologica e erudita. In assenza di una disciplina storica centrata sul libro come manufatto, manoscritti e libri a stampa verranno da allora intesi come due tipi di fonte totalmente distinti, e quindi consultati separatamente dagli studiosi del medioevo e da quelli dell’età moderna. Tuttavia, basta riflettere sul carattere unitario dell’oggetto, che travalica il mutamento della tecnica, perché il carattere artificioso della separazione appaia con chiarezza: per un lungo periodo difatti il libro a stampa si sforza di imitare l’aspetto del manoscritto, di cui riproduce le dimensioni, la mise en page, la scrittura e la decorazione, mentre negli inventari medievali manoscritti e libri a stampa coabitano senza soluzione di continuità e spesso la natura dell’oggetto non viene neppure menzionata. La cesura fra le due tipologie non trova alcuna giustificazione sul piano scientifico, e anzi la difficoltà di osservare simultaneamente manoscritti e libri a stampa antichi complica notevolmente l’attività di chi si dedica all’edizione dei testi e alla storia delle tradizioni manoscritte, ma soprattutto di chi lavora alla ricostituzione, già alquanto difficile in sé, dei fondi medievali. Da questo punto di vista, appare vistosamente assurdo un caso come quello della Bibliothèque nationale de France, ove le due categorie di libri sono oggi conservate in due siti distinti e fisicamente separati da qualche chilometro (François-Mitterand e Richelieu-Louvois).
  4. I dati sono calcolati a partire dal CD-Rom International Incunabula Short Title Catalog (IISTC) — basato sull’Incunabula Short-title Catalogue (ISTC) sviluppato alla British Library a partire dal 1980 — che censisce tutte le edizioni anteriori all’inizio del XV secolo finora conosciute.
  5. A. Bozzolo – E. Ornato, Les fluctuations de la production manuscrite à la lumière de l’histoire de la fin du Moyen Âge, "Bulletin philologique et historique (jusqu’à 1610) du Comité des travaux historiques et scientifiques", 1979, 51-75 (rist. in La face cachée du livre mèdiéval. L’histoire du livre vue par Ezio Ornato, ses amis et ses collègues. Avec une préface d’Armando Petrucci, Roma, Viella, 1997, 179-195).
  6. Su implicazioni, manifestazioni, conseguenze di questo atteggiamento si vedano, in generale, gli interventi raccolti nel volume Ideologie e pratiche del reimpiego nell´alto medioevo, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto medioevo, 1999 (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull´alto medioevo, XLVI).
  7. Sfortunatamente, neppure i beni soggetti a custodia sono completamente esenti da un progressivo degrado, che una conservazione adeguata è però in grado di contrastare, rallentandolo significativamente.
  8. A. Bozzolo – E. Ornato, Les bibliothèques entre le manuscrit et l’imprimé, in Histoire des bibliothèques françaises, I. Les bibliothèques médiévales du VIe siècle à 1530, Paris 1989, 333-347 (rist. in la face cachée, 245-272).
  9. La circostanza che le politiche di occultamento non hanno mai sortito effetti positivi sulla conservazione del patrimonio librario è opportunamente sottolineata da G. Cavallo, I fondi di biblioteca. Storia e ricchezza di un patrimonio da conservare, "Libri e documenti", 24, 2-3 (1998), 1-5 (poi in Contributi e testimonianze, a cura di C. Misiti, Spoleto, Accademia spoletina, 2000, 45-49, 48: "tutte le volte che la conservazione è stata esclusiva, chiusa, occulta, inerte, è stata una conservazione in perdita"). Non va dimenticato d’altra parte che il tasso di consultazione dei manoscritti nelle biblioteche di conservazione è assai meno elevato di quanto non si creda, e soprattutto molto eterogeneo, e non può quindi essere considerato come il principale responsabile del loro degrado: si vedano in proposito le significative statistiche, relative ad un sondaggio effettuato su un campione di 289 manoscritti della Biblioteca Universitaria di Torino, prodotte e commentate da A. Vitale Brovarone, Lector cavat codicem, "Gazette du livre médiéval", 6 (printemps 1985), 13-16.
  10. Cfr. il recentissimo, sconfortante resoconto fornito da V. v. Büren, Des manuscrits condamnés au "couloir de la mort", "Gazette du livre médiéval", 43 (automne 2003) [in corso di stampa].
  11. Per i libri a stampa un esempio tuttora insuperato — e oggi irripetibile — è il catalogo degli incunaboli del "British Museum", in undici volumi (Catalogue of Books printed in the XVth Century now in the British Museum, London 1908-1971), frutto della collaborazione di una valentissima équipe di grandi specialisti della bibliologia. Quanto alla catalogazione dei manoscritti, per le caratteristiche del "modello inglese" e l’influenza esercitata nella sua affermazione dai bibliotecari di fine Ottocento, può bastare il rinvio ad A. Petrucci, La descrizione del manoscritto. Storia, problemi, modelli, Firenze, La Nuova Italia Scientifica, 1984, 33-36 (2a ed. Roma, Carocci, 2001).
  12. Per la presentazione delle attività della scuola cfr. http://www.enc.sorbonne.fr/ [consultazione del 13.02.2004].
  13. Cfr. il profilo efficacemente tratteggiato da E. A. Overgaauw, Paläographie und Kodikologie in Deutschland: Philologen, Historiker und Bibliothekare, "Gazette du livre médiéval", 35 (1999), 46-52.
  14. Sorvolo su altri aspetti della questione (come ad esempio la carenza, nelle sedi minori, di sussidi bibliografici indispensabili all’attività del catalogatore) adeguatamente messi in luce da M. Palma, La catalogazione dei manoscritti in Italia, "Segno e testo", 1 (2003), 333-351 (intervento pronunciato alla "Internationale Tagung der Handschriftenbearbeiter, Universität Marburg, 23.-25. September 2002", leggibile anche in Rete all’indirizzo http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/testi/palma8.htm [consultazione del 13.02.04]).
  15. Palma, La catalogazione, 346.
  16. Cfr. ancora Palma, La catalogazione, 346 e già in precedenza S. Zamponi, Esperienze di catalogazione di manoscritti medievali, in Libro, scrittura, documento della civiltà monastica e conventuale nel basso Medioevo (secoli XIII-XV). Atti del Convegno di studio (Fermo, 17-19 settembre 1997), a cura di G. Avarucci, R.M. Borraccini Verducci e G. Borri, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto medioevo, 1999, 471-498, e Id., Iniziative di catalogazione di manoscritti medievali, "Studi Medievali", III s., 40 (1999), 369-393 (riproduzione, con lievi modifiche, del contributo precedente).
  17. Il pericolo è particolarmente grave per il patrimonio antico delle piccole biblioteche locali, la cui vitalità e valorizzazione dipendono da un puntuale lavoro di ricostruzione archivistica dei fondi, subordinato alla presenza in sede di personale preparato: cfr. E. Casamassima – L. Crocetti, Valorizzazione e conservazione dei beni librari con particolare riguardo ai fondi manoscritti, in Università e tutela dei beni culturali: il contributo degli studi medievali e umanistici. Atti del convegno promosso dalla Facoltà di Magistero in Arezzo, Arezzo - Siena, 21-23 gennaio 1977, a cura di Î Deug-Su - E. Menestò, con una premessa di C. Leonardi, Firenze, La Nuova Italia 1981, 283-302 (rist. Spoleto, CISAM 1992 [Quaderni del centro per il collegamento degli studi medievali e umanistici nell’Università di Perugia, 7]).
  18. Si veda, come esempio particolarmente significativo, l’opinione di Franca Arduini, direttrice di un’istituzione di conservazione prestigiosa come la Biblioteca Medicea Laurenziana: F. Arduini, "Rinascimento virtuale". Il ruolo delle biblioteche e delle istituzioni culturali italiane nell’ambito del progetto, "Biblioteche oggi", 8 (2002), 31-37: 33-34.
  19. Molto discussa, in particolare, la decisione di far pagare l’accesso stesso ai beni librari, come già avviene da tempo, ad esempio, alla Bibliothèque nationale de France (per le tariffe applicate cfr. http://www.bnf.fr/pages/zNavigat/frame/pratic.htm [consultazione del 13.02.04]).
  20. Cfr. le condivisibili riserve formulate in Associazione italiana biblioteche, Gruppo di lavoro Conservazione e libro antico, Esibire libri: perché, come, dove, "Bollettino AIB" 1994, 3, 301-309, e più in generale gli atti della giornata di studio Segreti in vetrina. Utilità e danno per la storia delle mostre di libri, documenti e cimeli, a cura di C. Leonardi, Firenze, s. l., 1996.
  21. Si veda quanto osservato da A. Nuovo, I bibliotecari del libro antico, in Oltre confini e discontinuità. Atti del XLVI Congresso nazionale dell'AIB (Torino 11-13 maggio 2000), Roma, Associazione italiana biblioteche, 2002, sull’evoluzione già avvenuta delle biblioteche di libri antichi e manoscritti in "special collections", cioè depositi di oggetti del patrimonio culturale, che condividono eventi, mostre, utenti, forme di finanziamento analoghe a quelle dei musei, con il rischio di trascurare nelle politiche di valorizzazione i volumi non dotati di valore iconico.
  22. Come se non bastasse, il "bibliotecario-burocrate" è sovente oberato dallo svolgimento di funzioni amministrative che consistono fra l’altro nello spendere i fondi, più o meno straordinari, resi disponibili dal Ministero, in un arco temporale precisamente determinato e spesso assai ridotto.
  23. Si pensi all’abitudine di spennellare di reattivo le sottoscrizioni o le menzioni di appartenenza che erano illeggibili e lo sono, per colpa di questa pratica, rapidamente ridiventate. Comportamento che ci appare oggi, a buon diritto, irresponsabile, ma che deve essere valutato in una prospettiva storica, considerato che il bibliotecario — sottovalutando magari gli effetti secondari del reattivo — non aveva comunque altra scelta che soddisfare la sua e l’altrui sete di conoscenza oppure rimanere nell’ignoranza; e non poteva certo aspettare — perché non poteva immaginare che ciò avvenisse — che fosse inventata in seguito l’innocua lampada di Wood.
  24. Per l’Italia, un modello in questo senso è rappresentato dal recente Catalogo aperto dei manoscritti malatestiani, per il quale cfr. http://www.malatestiana.it/manoscritti/progetto.htm [consultazione del 13.02.04]; A. Cartelli – A. Daltri – M. Palma – P. Zanfoni, Il catalogo aperto dei manoscritti della Biblioteca Malatestiana: un primo bilancio, intervento presentato al convegno Il dono di Malatesta Novello (Cesena, 21-23.III.2003), disponibile all’indirizzo http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/testi/palmac.htm [consultazione del 13.02.04]; M. Palma, Verso il "catalogo aperto", intervento presentato alle Giornate delle biblioteche del Veneto 2003 La Regione e le biblioteche venete: appunti per un percorso (Venezia, 28-29 novembre 2003), disponibile all’indirizzo http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/testi/palmah.htm [consultazione del 13.02.04]). Molto più banalmente, gli enormi progressi compiuti dalle tecnologie di acquisizione digitalizzata delle immagini – e il conseguente abbattimento dei costi delle apparecchiature di livello non professionale – potrebbe consentire di devolvere al lettore, sotto il controllo del bibliotecario, il compito di fotografare le immagini ad una risoluzione sufficiente per uso scientifico e di disporne liberamente, mentre la biblioteca rimarrebbe proprietaria delle immagini ad alta risoluzione, che possono essere sfruttate commercialmente.
  25. Mi si consenta di citare la mia personale esperienza di una ricerca sulla mise en page del manoscritto bizantino (cfr. M. Maniaci, Conservazione e gestione della pagina nel manoscritto bizantino, Cassino, Università degli studi, 2002), che sarebbe stata irrealizzabile senza la liberalità manifestata nei miei confronti dall’allora prefetto della Biblioteca Apostolica Padre Leonard E. Boyle e dal viceprefetto Monsignor Paul Canart, concretizzatasi nella possibilità di accedere personalmente ai magazzini per misurare direttamente in loco, in tempi ragionevoli, centinaia di volumi.
  26. Questa funzione a mio avviso essenziale di "doppia mediazione" chiama in causa il problema delicato del rapporto fra la formazione del bibliotecario di fondi antichi e quella dell’addetto al restauro dello stesso materiale, che non mi sento di approfondire per mancanza di competenze specifiche (si veda almeno, in proposito, C. Federici, La formazione del conservatore nel 2000, in Bibliotecario nel 2000 : come cambia la professione nell'era digitale, a cura di Ornella Foglieni, Milano, Editrice Bibliografica, 1999, 138-145 [Il cantiere biblioteca : idee, progetti, esperienze, 5], e Id., La formazione degli addetti allo conservazione dei beni librari, in Italia – Germania. Esperienze a confronto in ambito bibliotecario nel settore della conservazione. Convegno organizzato dal Goethe Institut Mailand e dall’Archivio di Stato di Milano (Milano, 20-21 settembre 2001), testo leggibile all’indirizzo http://www.goethe.de/it/rom/biblioth/conserva/federic2.htm [consultazione del 13.02.2004]). Dando ormai per scontata una visione del restauro librario come attività essenziale di tutela del bene e di conservazione dell’informazione storica e tecnologica da esso veicolata, mi sembra comunque naturale pensare che bibliotecari e restauratori — dovendo conoscere, almeno in parte, le stesse cose, ma non fare le stesse cose — non possano ignorarsi a vicenda, ma neppure confondersi. Ne potrebbe conseguire l'idea di un tronco comune di formazione, ove bibliotecario e restauratore potrebbero ricevere insieme determinate nozioni di base, e di due rami di specializzazione in cui ciascuno potrebbe quindi approfondire ciò che riguarda più direttamente le proprie mansioni. Quel che risulta difficile è definire la giusta linea di frontiera: è chiaro, ad esempio, che il restauratore deve possedere buone nozioni di chimica di biologia, ed allenarsi ad un'attività pratica che è quella del restauro propriamente detto; d’altro canto, il bibliotecario deve possedere tutta una serie di conoscenze storiche e "umanistiche" che non competono direttamente al restauratore — necessarie, ad esempio, per la catalogazione — e, sul piano professionale, sviluppare la capacità di allestire e gestire i magazzini, la sala di consultazione, i metodi di consultazione, la riproduzione delle immagini, l’organizzazione di mostre… Di sfuggita, mi limito a notare che questa esigenza di una "formazione mista" degli addetti al restauro non mi pare adeguatamente soddisfatta dalle numerose lauree triennali (ne ho contate 18) attivate nella classe 41 ("Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali) gestite interamente — con rarissime eccezioni — all’interno di Facoltà di matematica e fisica, prevalentemente orientate verso i beni archeologici e artistici e caratterizzate da una presenza praticamente irrisoria di insegnamenti relativi alla storia del libro.
  27. Per un’analisi più approfondita rimando al lucido panorama delineato da F. Berger, Europa ante portas: riflessioni sull'offerta formativa delle università italiane con l'avvio del sistema 3+2, "Bollettino AIB" , 2001, 4, 481-492; cfr. anche, nello stesso fascicolo, A. Petrucciani – S. Turbanti, I corsi universitari dopo la riforma: per un’analisi dei contenuti delle offerte didattiche, "Bollettino AIB", 2001, 4, 493-500.
  28. Va segnalata, a mio avviso, come un dato negativo la "scomparsa" almeno apparente, nella maggior parte dei curricula, della codicologia (anche sotto la dicitura di "storia del libro manoscritto"), che viene ad essere implicitamente inglobata nella "paleografia" – come nella denominazione ufficiale del raggruppamento scientifico M-STO 09 – senza che risulti possibile valutare lo spazio ad essa effettivamente dedicato.
  29. L’impossibilità di prescindere dalla consapevolezza delle problematiche di fondo della conservazione e del restauro librario solleva la questione della presenza nelle facoltà umanistiche di insegnamenti propri delle scienze della natura, tendenzialmente relegati — data la difficoltà oggettiva e la scarsa propensione soggettiva a costruire curricula interfacoltà — ad una manciata di crediti scarsamente armonizzati rispetto all’insieme.
  30. Non a caso, Zamponi, Iniziative di catalogazione, pone l’accento sulle notevoli difficoltà riscontrate da giovani catalogatori pur dotati di una solida formazione accademica nel passaggio dalla teoria alla pratica della descrizione.
  31. Va segnalato, negli anni scorsi, il fiorire — peraltro episodico — di specifici corsi di formazione per catalogatori, fra cui mi limiti a citare a titolo esemplificativo quello triennale promosso nel 1997 dalla Fondazione SPEBLA (Scuola postuniversitaria europea in beni librari e archivistici, con sede a San Gimignano), su cui riferisce P. Innocenti, I contenuti culturali della formazione del bibliotecario, "Biblioteche oggi", 8 (1998), 40-46, e il "Corso di perfezionamento per catalogatori di manoscritti" organizzato nell’a.a. 2001-2002 dal Dpartimento di Studi sul Medioevo e il Rinascimento dell’Università di Firenze (cfr. http://www.meri.unifi.it/meri/perfezionamenti.html [consultazione del 13.02.2004]).
  32. Che sembra invece la tendenza imperante, non soltanto nei curricula italiani, ma anche ad esempio in Francia, nelle scuole nazionali di specializzazione per bibliotecari ("ENSSIB - Ecole nationale supérieur des sciences de l’information et des bibliothèques", con sede a Lione, cfr. www.enssib.fr [consultazione del 13.02.2004]), o più comprensibilmente, data la scarsità di fondi antichi, in Canada ("EBSI - École de bibliothéconomie et des sciences de l'information", con sede presso l’Università di Montréal, cfr. http://www.ebsi.umontreal.ca/ [consultazione del 13.02.2004]).
  33. L’affermazione si fonda sull’esperienza compiuta in prima persona alcuni anni fa, insieme alla collega Giulia Orofino, nell’organizzazione della mostra Le Bibbie Atlantiche. Il libro delle Scritture fra ideologia e rappresentazione, nelle due sedi di Montecassino, Archivio dell’Abbazia e Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana (cfr. il catalogo omonimo edito a cura di M. Maniaci – G. Orofino, Milano, Centro Tibaldi, 2000).
  34. Penso ad esempio — oltre all’esperimento di "catalogo aperto" già citato alla n. 21, alla fiorente attività di ricerca nel settore della catalogazione sia dei codici datati italiani (status quaestionis sul sito, di recente inaugurazione, http://www.lettere.unifi.it/MDI/ [consultazione del 13.02.04]) sia, più in generale, del patrimonio manoscritto di singole regioni (Toscana, Veneto), sostenuta dall’apporto congiunto di docenti universitari e bibliotecari.
  35. In generale, sulla formazione dei bibliotecari in Europa, cfr. A. M. Caproni, Le scuole dei bibliotecari fuori d’Italia, con un’appendice relativa ai programmi didattici delle Scuole dei bibliotecari in Europa, in Id., La formazione professionale del bibliotecario, Milano, Editrice Bibliografica, 1989 (Bibliografia e biblioteconomia, 36), 257-356.
  36. Università degli Studi di Siena, polo di Arezzo, laurea specialistica "Libro – testo – comunicazione", percorso "Libro" (http://www.unisi.it/letterearezzo/speclibrotestocomunicazione.htm [consultazione del 13.02.2004]); Università degli studi di Pavia, laurea specialistica in "Scienze archivistiche, documentarie e biblioteconomiche", l’unica con un percorso specifico, purtroppo non dettagliato sul sito, intitolato alle "Discipline del documento e del libro medievale" (http://cor.unipv.it/offertaformativa/specialistiche/umanistica/lettere/biblioteconomia.html [consultazione del 13.02.2004]); Università degli studi di Venezia "Ca’ Foscari", laurea specialistica in "Archivistica e biblioteconomia" (http://lettere.unive.it/homeoffertaformativa.htm e http://lettere2.unive.it/ridi/biennio.htm [consultazione del 13.02.2004]).
  37. Un quarto curriculum specifico dovrebbe trovare collocazione naturale a Roma, come erede del curriculum per Conservatori di manoscritti della "Scuola speciale per Archivisti e Bibliotecari".
  38. Provvisoriamente sospesa in ottemperanza all’art. 13, comma 6 del D.M. 509/99 (che prevedeva la disattivazione delle Scuole di tipologia e durata non conforme alle norme dell’U.E.), la Scuola è tornata attiva a partire dall’A.A. 2003-2004, riadottando transitoriamente la vecchia struttura, in attesa della definizione dei nuovi ordinamenti didattici delle Scuole di specializzazione ((l. 23 febbraio 2001, n. 29).
  39. Archivistica, bibliologia liturgica, cronologia medievale, diplomatica, filologia e tradizione del Medioevo volgare, fondamenti di conservazione e restauro di beni librari, storia della cultura medievale, storia della miniatura, storia della scrittura greca, storia della scrittura latina, storia del libro a stampa, storia del libro manoscritto.
  40. Mi limito a ricordare come esempio la Bibliografia dei manoscritti in scrittura beneventana, edita annualmente in volume dal 1993 e accessibile anche on-line all’indirizzo http://edu.let.unicas.it/bmb/index.html [consultazione del 13.02.2004].
  41. Andrebbe considerata del resto, a mio avviso, la possibilità di rendere possibile la frequenza della Scuola in concomitanza con lo svolgimento di un’attività lavorativa.
  42. L’offerta specifica prevede attualmente, sul primo livello, un "Master europeo in conservazione e gestione dei beni culturali", organizzato congiuntamente dalle università di Cassino, Siena-Arezzo, Venezia, Caen, Salamanca (cfr. www.europeanmaster.it [consultazione del 13.02.2004]) e un "Master in catalogazione dei beni archivistici e librari" promosso dall’Università di Chieti (http://www.unich.it/master/cataloga.htm [consultazione del 13.02.2004]), la cui elevata frammentazione in moduli di estensione anche molto ridotta suscita qualche perplessità; sul secondo livello, un "Master in Studi sul libro antico e per la formazione di figure di bibliotecario manager impegnato alla gestione di raccolte storiche" proposto dal C.I.S.L.A.B. (Centro interdipartimentale di sudi sui beni librari e archivistici) dell’Università di Siena-Arezzo (http://www.unisi.it/ricerca/centri/cislab/didattica_master/didatt.htm [consultazione del 13.02.2004]) e un "Master in Archivistica, Biblioteconomia e Codicologia. Riordinamento e inventariazione degli archivi. Catalogazione di documenti manoscritti, stampati e digitali" organizzato dal Dipartimento di studi sul Medioevo e il Rinascimento dell’Università di Firenze (http://www.meri.unifi.it/meri/master.html [consultazione del 13.02.2004]). A completamento del quadro, vanno ancora ricordati il "vecchio" corso di diploma per Conservatore di manoscritti ancora attivo presso la Scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell’Università di Roma "La Sapienza" (http://w3.uniroma1.it/ssab/old/corsi.htm [consultazione del 13.02.2004]) e l’offerta della Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica, articolata in corsi singoli (di Archivistica e Paleografia e codicologia greca) e in un percorso biennale (http://www.vatican.va/library_archives/vat_secret_archives/docs/documents/vsa_doc_20051999_scuola_it.html [consultazione del 13.02.2004]).

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