Antonio Cartelli - Marco Palma

Armando Petrucci: una passeggiata
per i sentieri della scrittura

Intervista di Antonio Castillo Gómez,
professore all'Università di Alcalá de Henares
("Litterae. Cuadernos sobre cultura escrita", 2 [2002], pp. 9-37)

      Nato a Roma nel 1932, Armando Petrucci è una delle voci più autorevoli nel campo della paleografia latina. Laureato in Paleografia e Diplomatica presso la Sapienza di Roma nel 1955, è stato archivista di Stato e conservatore di manoscritti presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana. Dal 1962 al 1972 ha unito queste attività con l’insegnamento nella Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università di Roma. In seguito ha insegnato Paleografia e Diplomatica presso le Università di Salerno (1972-1974) e Roma (1974-1991), concludendo la sua attività di docente di Paleografia Latina presso la prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa (dal 1991 ad oggi). È stato anche invitato ad insegnare presso diverse università e centri statunitensi e francesi: Newberry Library di Chicago (1983, 1988, 1993, 2001, sempre in collaborazione con Franca Nardelli), Michigan University ad Ann Arbor (1991, con Franca Nardelli), Stanford University (1994), Collège de France (1995), University of California a Berkeley (2002) e École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
      È membro della Académie Royale de Belgique. Oltre ad organizzare diversi congressi e incontri scientifici, ha diretto due riviste fondamentali per gli studi sulla cultura scritta: Scrittura e civiltà (1977-2002) e Alfabetismo e cultura scritta (1980-1992).
      Grande specialista per tutto ciò che concerne le testimonianze scritte dell’Italia medievale, la sua produzione è indubbiamente tanto ampia quanto raffinata. Si è occupato di problematiche relative alla scrittura, all’alfabetismo, all’educazione grafica, al libro, alla lettura, alle biblioteche e alla conservazione della memoria scritta dall’epoca romana fino ai nostri giorni.
      Lungi dal seguire i sentieri battuti dalla paleografia tradizionale, ha da tempo cercato un proprio percorso, intendendo questa disciplina come storia globale della cultura scritta. Questo orientamento, secondo quanto ha scritto di recente, comporta che la stessa debba articolarsi come "storia della produzione, delle caratteristiche formali e degli usi sociali della scrittura e delle testimonianze scritte in una determinata società, indipendentemente dalle tecniche e dai materiali impiegati" [1].
      Insomma, Armando Petrucci è autore di un’opera imprescindibile per quanti si interessino di storia della cultura scritta. I suoi lavori offrono numerosi spunti di riflessione e aprono altrettante prospettive di indagine. Forse per questo Roger Chartier e Jean Hébrard lo considerano come una delle guide più lucide e generose in questo campo; tanto che Francisco Rico si è riferito a lui come a uno dei "grandi rinnovatori della storiografia europea" [2].
      Invitato dai responsabili di "Litterae" a realizzare questa intervista, mi sono proposto di fare in modo che essa servisse ad avvicinare all’opera di Petrucci il lettore meno specializzato e interessato. Non potendo incontrarlo di persona e data la sua ritrosia a utilizzare la posta elettronica, abbiamo concordemente optato per un questionario scritto.

Un lettore "stravagante"

Antonio Castillo Gómez: Armando, se ti sembra opportuno, per iniziare possiamo risalire ai tuoi anni da studente alla Sapienza di Roma. Rileggendo la postfazione al tuo libro Alfabetismo, escritura, sociedad (1999), edizione spagnola di un’antologia di tuoi lavori, non sembra che i ricordi di allora ti siano particolarmente graditi. Parli di quella tappa "con più tristezza che nostalgia" e definisci quella istituzione come "chiusa, vecchia e povera".
Armando Petrucci: Nel 1949 l’Università di Roma era realmente povera e triste. Scelsi il curriculum di Filologia classica, ma non incontrai i maestri che avevo immaginato (ad eccezione del vegliardo, cieco e chiaroveggente, Gaetano De Sanctis); inoltre Giorgio Pasquali insegnava a Firenze e qui, alla Normale di Pisa; Carlo Dionisotti era a Londra. Avrei voluto seguire i corsi di storia dell’arte di Lionello Venturi e quelli di filologia romanza di Angelo Monteverdi, ma non mi riuscì.
ACG: In un simile ambiente, quali furono i tuoi primi maestri?
AP: Per quanto riguarda specificamente la paleografia e la diplomatica, Franco Bartoloni, morto poi, nel 1956, a soli 42 anni, e Alessandro Pratesi, che mi insegnarono il metodo e il mestiere; altri maestri indiretti furono Giorgio Cencetti (la cui impostazione storicistica sarebbe risultata decisiva nella mia formazione), Giulio Battelli, Jean Mallon e Robert Marichal, che conobbi personalmente. L’incontro, che si sarebbe rivelato importante, con Augusto Campana lo ebbi più tardi, anche se il rapporto con lui fu sempre indiretto ed evasivo; e lo stesso avvenne con Bernhard Bischoff. Per quanto riguarda gli storici, mi sono formato alla scuola dei medievisti romani e del grande Federico Chabod.
ACG: Un’altra tappa non meno fondamentale fu la tua esperienza come archivista di Stato e bibliotecario. Fino a che punto ha influito sul tuo modo di concepire la paleografia e lo studio della cultura scritta?
AP: Il contatto quotidiano e diretto con migliaia di testimonianze scritte, documenti e libri, manoscritti e a stampa, di diverse epoche, è stato decisivo nella mia formazione. Con un certo orgoglio posso dire che il lavoro di archivista e bibliotecario mi ha impedito di diventare un "paleografo di facsimili".
ACG: E la tua permanenza all’Istituto Warburg di Londra nel 1968?
AP: Lì ho scoperto una visione della cultura completamente originale e un ordo librorum rivoluzionario. Sicuramente, dalla consultazione mattutina del ricchissimo fondo di manoscritti della British Library (dove ebbi la fortuna di conoscere Julian T. Brown, così come altri paleografi inglesi) e da quella pomeridiana e notturna dei notevoli fondi librari dell’Istituto (il Warburg rimaneva sempre aperto per gli ospiti, che disponevano delle chiavi) nacque in nuce l’idea di una storia globale della cultura scritta. Per sfortuna (o per fortuna?) quella intensa esperienza durò soltanto un mese!
ACG: Quali autori e quali opere hanno contribuito a definire la tua educazione di lettore?
AP: Ho avuto e continuo ad avere molti "maestri di carta": in primo luogo Arnaldo Momigliano, i cui scritti leggo e rileggo religiosamente; quindi i già menzionati Pasquali e Dionisotti; e anche, a partire dai miei primi approcci alla filologia italiana, Gianfranco Contini, al quale giunsi su indicazione di Emanuele Casamassima, altro amico e insieme maestro.
ACG: Nomi come quelli di Marcel Cohen e V.A. Istrin (linguisti), Alexander Gieysztor, Carlo Maria Cipolla e Lawrence Stone (storici), o István Hajnal (paleografo) sono riferimenti pionieristici nello studio sociale della scrittura e nella tua opera. Più di qualcuno può notare che non menzioni altri paleografi, eccetto l’ungherese Hajnal, e nessun italiano, nonostante la notevole tradizione di questa disciplina nel tuo paese. A che cosa si deve ciò?
AP: Al fatto che la mia curiosità di lettore era ed è onnivora, e nel corso di quasi vent’anni si è nutrita di una biblioteca tanto ricca e varia quanto quella presso la quale ho lavorato [quella dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana]. Non ho mai fatto distinzioni fra autori italiani e stranieri, fra studiosi che avessero i miei stessi interessi o altri.

      Un congresso e due riviste

ACG: Nel marzo 1977, su iniziativa tua e di Attilio Bartoli Langeli, si svolge a Perugia un congresso dal titolo Alfabetismo e cultura scritta nella storia della società italiana [3]. Con quali fini?
AP: Per discutere le nostre impostazioni metodologiche con altri studiosi, per verificare l’area di interesse di una rinnovata storia della scrittura, per ricavare suggerimenti, per migliorare i nostri progetti. Nonostante il clima politico italiano di quei tempi, gli "anni di piombo", l’iniziativa di Perugia ebbe un successo che ci spinse a proseguire.
ACG: Se c’è qualcosa che sorprende positivamente nel vedere i nomi dei partecipanti a questo congresso, è la loro diversa provenienza: storici come Franco Cardini o Carlo Ginzburg; linguisti come Giorgio R. Cadorna o Raffaele Simone; storici dell’istruzione e dell’alfabetismo come Giuseppe Ricuperati, Marina Roggero e Jacques Ozouf; o, infine, paleografi come Bartoli, Cavallo e tu stesso.
AP: Storia, linguistica, alfabetismo, paleografia erano gli stessi elementi fondanti del progetto che stavamo costruendo: una storia globale della cultura scritta. Da qui le ragioni di quella selezione e di quei partecipanti, che avrebbero potuto essere anche altri, di più o di meno.
ACG: Perché insistere tanto sulla interdisciplinarità?
AP: Perché la storia della cultura scritta e dei suoi prodotti è situata al centro di una vasta area nella quale confluiscono e si giustappongono la storia, la filologia o la letteratura; oltre alle discipline specialistiche più affini, come l’epigrafia, la codicologia quantitativa, l’archeologia del libro, la papirologia, la diplomatica medievale e moderna, la storia dell’alfabetismo e così via.
ACG: Sono gli stessi motivi che vi indussero a fondare Scrittura e civiltà, sempre nel 1977?
AP: Scrittura e civiltà la fondammo, di comune accordo e con la stessa filosofia, Alessandro Pratesi (maestro comune), Guglielmo Cavallo e io, con un’ambiziosa dimensione internazionale che mancò al congresso di Perugia. Però, questo sì, e non avrebbe potuto essere altrimenti, con la stessa volontà di rinnovamento e ampliamento di punti di vista, metodi e prospettive.
ACG: Accanto a Scrittura e civiltà, un’altra rivista di riferimento nel campo della scrittura è la belga Scriptorium. Perché non spieghi al lettore non specialista della materia le differenze tra l’una e l’altra?
AP: La differenza di base fra le due riviste si manifesta in pieno nelle loro denominazioni come nei programmi pubblicati nei volumi inaugurali. Mentre Scrittura e civiltà si presentava come una rivista di storia della scrittura nel senso più ampio, Scriptorium aspirava invece a diventare, e vi è riuscita, la pubblicazione più autorevole nel vasto e complesso campo dello studio del libro manoscritto medievale, latino e greco.
ACG: Tornando al congresso di Perugia, esso servì anche come punto di partenza per il seminario Alfabetismo e cultura scritta, i cui atti o le loro sintesi furono pubblicati prima in un bollettino dattiloscritto (1980-1987) e quindi nell’omonima rivista (1988-1992). Quali obiettivi si volevano perseguire?
AP: L’idea era quella di creare uno strumento, il più informale possibile, per coordinare le diverse e disperse ricerche che si stavano realizzando in generale sul tema in questione; e, soprattutto, di dare informazioni bibliografiche attraverso schede, suggerimenti in forma di progetti, proposte, interventi (documenti).
ACG: Quest’anno 2002, al compimento dei 25 anni di Scrittura e civiltà, hai deciso di chiuderla. Quali ragioni ti hanno portato a questa decisione?
AP: L’ho spiegato in un Commiato pubblicato in apertura dell’ultimo volume (25, 2001), apparso, con un po’ di ritardo, nel settembre 2002. Da un lato, hanno influito ragioni personali, dall’altro, la sensazione che la rivista attualmente, anche se consolidata a livello internazionale, non corrisponda del tutto al progetto esposto nel volume iniziale, ma si sia trasformata in uno spazio ricco e vario, privo tuttavia di coerenza interna.

      Paleografia e storia della cultura scritta

ACG: Dopo aver brevemente ripercorso alcune tappe della tua biografia intellettuale, ti propongo di occuparci ora di alcune delle idee che informano la tua opera. Fra il 1962 e il 1964 pubblichi studi sui graffiti romani rispettivamente di Condatomagos e Magdalensberg, nei quali si trovano gli spunti di molti dei tuoi percorsi successivi [4]. Mentre la paleografia, chiamiamola tradizionale, continuava a dedicarsi alla lettura e alla trascrizione dei documenti più solenni, quasi sempre i diplomi medievali, in questi lavori tu hai posto in rilievo l’importanza delle scritture usuali e, in particolare, delle scritture murali nella storia della scrittura latina. Dopo tutti questi anni, che cosa rappresentano queste pubblicazioni nel complesso della tua opera?
AP: Moltissimo. In realtà grazie ad esse si è andato formando un mio personale metodo di indagine, legato sia a una visione integrale del mondo della scrittura e dei suoi protagonisti, gli scriventi, sia allo stretto vincolo che, dal mio punto di vista, esiste tra qualsiasi esperienza di scrittura e il contesto sociale nel quale essa si svolge.
ACG: In questi lavori sostieni che la varietà della scrittura romana dovesse essere posta in relazione con il grado di educazione grafica degli scriventi e, quindi, con la diffusione sociale della scrittura. Cosa ti fece giungere a tali conclusioni, senza dubbio rivoluzionarie in relazione a come allora veniva intesa la paleografia?
AP: Posso indicare due opere nate in contesti e tempi diversi. In primo luogo, la geniale e monumentale Storia economica e sociale dell’Impero Romano di Michael Rostovzeff, che lessi nella traduzione italiana pubblicata nel 1953 dalla Nuova Italia di Firenze, con una prefazione di Gaetano De Sanctis (in essa trovai la prima menzione dei graffiti di Condatomagos); e poi gli atti di un insolito congresso svoltosi a Parigi nel 1960 sul tema, un po’ stravagante, La scrittura e la psicologia dei popoli, al quale parteciparono paleografi, filologi, linguisti, storici e sociologi fra i migliori d’Europa [5]
ACG: Pochi anni dopo ritorni su questi argomenti nella prima parte di Scrittura e libro nell’Italia altomedievale, un altro articolo non meno fondamentale [6]. Perché arrivi qui ad affermare che l’analisi paleografica tradizionale era giunta a un punto di non ritorno?
AP: Quella che citi è un’affermazione estremista ed estremizzata di cui oggi non condivido più il vigore polemico. In realtà, l’antico metodo mostrava ancora molta vitalità e conservava una vasta e pratica utilità; tuttavia ciò che allora desideravo mettere in rilievo era la sua inutilità al momento di mettere in relazione e spiegare i fatti e i prodotti della scrittura con la società e gli uomini che li avevano generati, cosa che mi sembrava e continua a sembrarmi indispensabile.
ACG: Quale accoglienza ebbero le tue tesi fra i colleghi italiani?
AP: Interesse, rispetto, indifferenza, rifiuto. Vorrei comunque ricordare i riconoscimenti di Guglielmo Cavallo, Attilio Bartoli Langeli, Paola Supino Martini e di alcuni giovani studiosi, come Carlo Romeo, mio diretto collaboratore per molto tempo, e Raul Mordenti; così come la nascita, soprattutto in Spagna, di un ampio consenso: in particolare penso a Francisco Gimeno e alla sua scuola, a te, al gruppo della rivista Signo.
ACG: Sarebbe eccessivo affermare che allora stava nascendo una "nuova paleografia" o, in ogni caso, un modo diverso di concepirla?
AP: Forse sì, anche se senza dubbio non sono io che posso affermarlo, a questo punto e alla mia età, pieno di dubbi come sono.
ACG: Di qualsiasi tuo lavoro trattiamo, notiamo sempre un certa volontà di "oltrepassare" i confini innalzati spesso fra una disciplina e l’altra. Perché?
AP: Le ragioni di questo modo di procedere sono molteplici: [a] una certa mancanza di interesse nei confronti del mondo accademico, al quale sono giunto dall’esterno, che sempre ha voluto e ancora vuole riconoscersi nelle etichette disciplinari; [b] la concezione e la pratica di una storia globale della cultura scritta che si veniva formando a poco a poco; [c] la vicinanza, l’amicizia e gli insegnamenti che ho ricevuto da molti amici, colleghi e compagni né paleografi né diplomatisti: da Tullio De Mauro e Alfredo Stussi, linguisti, ad Alberto Asor Rosa, italianista; da Aurelio Roncaglia e Roberto Antonelli, filologi romanzi, a Carlo Ginzburg, Roger Chartier e Roberto Zapperi, storici; da Luciano Canfora, storico, filologo greco e anche contemporaneista intrepido, a Sebastiano Timpanaro, filologo classico più formale; fino ad arrivare all’indimenticabile (e sempre ricordato) Giorgio Raimondo Cardona; da ognuno dei miei alunni; e da tanti e tanti altri, tutti presenti nel mio patrimonio culturale; [d] e, infine, anche per curiosità, per passione e per divertimento personale.
ACG: Ne deduco che questa disposizione abbia molto a che vedere con il tuo costante appello all’esame della cultura scritta come un tutt’uno (documenti, libri, epigrafi, graffiti, ecc.). Quali rischi si posso correre nel rompere questa unità?
AP: Rompendo o, ancor peggio, ignorando questa unità si corre il rischio di non comprendere le concrete "situazioni di scrittura", che non si possono interpretare senza collocarle nel loro tempo e nei loro rispettivi luoghi di realizzazione, sempre, necessariamente, complessi e pieni di molteplici esperienze grafiche.
ACG: Pertanto come dobbiamo regolarci?
AP: Parafrasando quello che ho scritto nella conclusione di Medioevo da leggere – un libretto didattico che mi è molto caro – posso rispondere affermando che soltanto lo studio diretto, approfondito e critico (in senso totale) dell’insieme delle testimonianze scritte, dei loro aspetti formali, dei loro processi di produzione, della loro considerazione nel contesto di una cultura scritta sempre articolata e complessa, può fare dello storico, per quanto possibile, un interprete attento al passato e alle sue tracce visibili e leggibili.
ACG: Sempre in questa prospettiva, mi sorprende, per esempio, che molti lavori sulla storia della lettura, inclusa l’opera eccezionale curata da Cavallo e Charter [7], stabiliscano un’associazione quasi univoca fra libro e lettura, come se questa non avesse nulla a che vedere con altre manifestazioni scritte.
AP: Senza dubbio hai ragione. Quella eccellente raccolta, pensata e diretta da due intellettuali di provenienza molto diversa, seppur pieni di esperienze e curiosità, si orienta (compreso il mio contributo) preferibilmente verso la lettura dei libri, che per natura e tradizione sono stati considerati, soprattutto all’interno della "classe dei colti", come l’unica forma di lettura; tuttavia, storicamente ne esistono molte altre: a parte quella che riguarda le scritture esposte, si devono ricordare anche le lettere, i ricordi, i conti, i numeri e così via, ognuna con proprie regole e modalità specifiche.
ACG: Nella Prima lezione di paleografia svolgi tutta una proposta teorica e metodologica riguardo a questa disciplina come "storia globale della cultura scritta". Pensi che siano la stessa cosa?
AP: No, paleografia e storia globale della cultura scritta non sono la stessa cosa e l’ho spiegato nella Premessa a quel libro, anche se ho lasciato nel titolo l’ "antica" denominazione (su suggerimento di Guglielmo Cavallo) con una certa volontà polemica nei confronti di coloro che pensano che io non faccia propriamente paleografia; quando, invece, secondo me è vero il contrario.
ACG: Che cosa risponderesti ai tuoi detrattori e a coloro che, anche oggi, guardano con sospetto alle tue impostazioni?
AP: Penso che nel campo della paleografia si possano raggiungere ottimi risultati seguendo metodi di indagine diversi dai miei; comprendo le reticenze di alcuni rispetto al modo nel quale impiego, sempre con la massima cautela, i miei strumenti metodologici; personalmente l’unica risposta che io possa fornire alle critiche e ai dubbi sollevati da amici e colleghi è contenuta nei risultati stessi del mio lavoro scientifico.
ACG: Ovviamente, come tu stesso hai confessato, questa maniera di intendere la storia della cultura scritta è inscindibile da una concezione sostanzialmente marxiana dell’indagine storica. Potresti ricordare i tuoi primi contatti con il marxismo?
AP: Data la mia età, devo risalire abbastanza indietro. Alla fine della seconda guerra mondiale le mie posizioni politiche erano quelle di un liberale di sinistra, le stesse di un settimanale politicamente e culturalmente tanto importante e innovatore come Il Mondo di Mario Pannunzio, che iniziò le pubblicazioni nel 1949; in seguito, mi sono allontanato da queste posizioni, avvicinandomi al movimento e alla cultura socialista, anche per l’influenza di due riviste di carattere politico–culturale, Società e Il Ponte, di Piero Calamandrei; sono stato in seguito vicino al movimento comunista formatosi intorno al Manifesto (quotidiano edito dal 28 aprile 1971), al quale continuo ad essere politicamente affine.
ACG: Quali autori ti hanno maggiormente influenzato?
AP: Di Marx a Engels ho letto poco e non in maniera sistematica. L’intellettuale (e politico) che, per mezzo della lettura, ho sentito sempre vicino e che considero un maestro è stato ed è Antonio Gramsci. Allo stesso modo, ho imparato molto da mio suocero, Adolfo Nardelli, e dalla sua esperienza di vita, e da mia moglie Franca, alla quale sono legato dal 1948; e moltissimo dalla (e nella) attività sindacale, svolta, fin dagli anni ’50, prima nella CISL e poi nella CGIL, alla quale sono tuttora iscritto.
ACG: Dato il conservatorismo che sempre ha caratterizzato la paleografia, impostare un’interpretazione marxista della storia della cultura scritta è stato allo stesso tempo un atto di impegno e di rivolta scientifica. A quei tempi ricevesti per questo motivo le critiche di colleghi come Cau e Pratesi, ma tu hai sempre sostenuto il carattere paleografico del tuo metodo di analisi. Perché?
AP: Perché per comprendere la storia di qualunque cultura scritta in tutte le sue evoluzioni e vicissitudini, il metodo dell’analisi formale dei segni grafici e del loro sviluppo (dinamico o no) nel tempo è altrettanto indispensabile quanto il punto di vista antropologico e sociologico.
ACG: E che cosa può apportare il metodo paleografico rispetto ad altre concezioni della storia della cultura scritta?
AP: Il metodo "paleografico", basato sull’analisi formale delle testimonianze scritte con l’obiettivo di ricostruirne i processi e le tecniche di esecuzione, è l’unico che permetta di affrontare criticamente e interpretare storicamente una società produttrice di scrittura a partire dai suoi prodotti materiali; e questo è, dalla mia prospettiva, il nostro vero compito. Un piccolo esempio: non si può fare la storia dell’industria manifatturiera moderna, anche da un punto di vista "sociale", quando si ignorino le tecniche e i concreti processi di produzione.
ACG: Ammettiamo pure che considerare i fatti relativi alla scrittura e allo scritto come un semplice riflesso di ogni ideologia sociale sia un autentico "delitto storiografico" [8]. Ciò significa che la teoria marxista ormai non serve più ad analizzare le relazioni storiche tra la cultura scritta e la società?
AP: Questa affermazione non deve essere interpretata come opposizione a un approccio marxista all’indagine storica, ma come un richiamo alla prudenza di fronte alla pura e semplice possibilità di tradurre le categorie politiche nella cultura scritta. A parte ciò, ho sempre considerato grandi storici Karl Marx e Friedrich Engels.
ACG: È possibile concepire una storia della cultura scritta non nell’ambito della storia sociale?
AP: Naturalmente sì. Soprattutto oggi, in un’epoca di eccessivi formalismi e postmodernismi; tuttavia non per me, che mi considero ancora idealmente e politicamente "comunista".
ACG: Non ti sembra che l’ultima moda degli studi culturali abbia relegato il fatto sociale in secondo piano?
AP: Credo che tu abbia ragione; tuttavia il rifiuto del "sociale" è assolutamente tipico delle correnti culturali "postmoderniste", oggi in auge in tutti i settori della cultura letteraria e storica del mondo occidentale.
ACG: Storia sociale della cultura scritta o storia culturale della società?
AP: Le due definizioni sembrano coincidere, anche se, in realtà, sono radicalmente diverse secondo il punto di vista adottato. Personalmente preferirei la prima definizione, che corrisponde maggiormente alla storia globale della cultura scritta; in ogni caso, come ben sai, non mi piacciono le etichette. L’importante è che l’indagine si svolga in un ambito ben definito e con un chiaro orientamento metodologico.

      A proposito dell’alfabetismo qualitativo

ACG: Partiamo ora dal testo che presentasti al Congresso di Perugina [9]. Potresti affermare che in esso sono esposte molte delle prospettive, tematiche e questioni che informano il tuo percorso scientifico?
AP: Direi di sì. Specialmente per quanto concerne il metodo, le problematiche e gli interessi di fondo; anche se, a partire dagli anni ’80, i miei orizzonti di ricerca si sono andati arricchendo e in parte modificando.
ACG: Rispetto alla metodologia quantitativa tanto praticata negli anni Settanta e Ottanta, la tua si è concentrata sempre sull’analisi formale delle testimonianze scritte.
AP: In ogni momento il mio punto di partenza è stato rappresentato da determinate testimonianze scritte (libri, documenti, lettere, iscrizioni, ecc.), analizzate qualitativamente e formalmente per ciò che rappresentano; e lo stesso metodo qualitativo lo applico agli scriventi, al fine di identificarne i modi di utilizzazione della scrittura e le capacità grafiche. Pur ammettendo che il metodo quantitativo possa fornire risultati positivi in diversi campi di indagine (si vedano l’attività e la scuola di Ezio Ornato, a Parigi e in Italia), ho sempre ritenuto che una storia della cultura scritta capace di interpretare le diverse situazioni socioculturali sia possibile solo a partire dall’analisi qualitativa dei prodotti scritti.
ACG: E, a questo proposito, le forme come creatrici di senso secondo la tesi di Donald F. Mckenzie.
AP: In un certo senso sì; alla condizione, tuttavia, che si tenga conto, perlomeno nel nostro caso, del fatto che le forme sono sempre prodotte da uomini e donne in carne ed ossa, e che anche la nostra è una storia di uomini e donne.
ACG: Potresti spiegarlo con alcuni esempi in cui si possano riconoscere le connessioni fra la materialità dei prodotti della cultura scritta e il loro uso sociale?
AP: Gli esempi possono essere molteplici e disparati, e concernono sia l’epoca della scrittura esclusivamente a mano sia quella della stampa, o anche la più recente della comunicazione scritta informatica. Citerò soltanto il caso rappresentato dalle caratteristiche del libro manoscritto in volgare, nato in Italia nella seconda metà del secolo XIII e che, durante i secoli XIV e XV, acquisì determinati tratti formali, influenzati dai gusti e dal livello culturale degli utenti ai quali era destinato; i caratteri grafico-formali della epistolografia bassomedievale europea, derivati dall’accordo di comprensibilità periodicamente stabilito fra il mittente e il destinatario; o le pratiche editoriali moderno-contemporanee, secondo le quali alcune categorie di libri (polizieschi, libri di ricette, fumetti, testi specialistici di medicina o di giurisprudenza e scienze affini, ecc.) adottano e conservano alcune proprietà formali che rispondono alle aspettative dei rispettivi pubblici.
ACG: Un’altra applicazione dell’analisi formale è quella che hai sviluppato studiando le differenze grafiche che si osservano nelle registrazioni del libro di conti di Maddalena, la proprietaria di una pizzicheria a Trastevere [10].
AP: Come in molte altre delle mie ricerche, in questo caso l’obiettivo e quindi il metodo di analisi adottato mi sono stati indicati dalla fonte stessa, che a prima vista costituiva di fatto la documentazione diretta di una "situazione urbana di scrittura".
ACG: L’obiettivo era, ed è, superare la semplice contrapposizione fra chi sa scrivere e chi manca di questa capacità; ma l’alfabetismo qualitativo presupponeva e presuppone molto di più [11].
AP: È proprio così: la competenza del paleografo e la specificità del suo metodo di analisi della scrittura permettono di individuare i livelli di educazione e di cultura grafica degli scriventi allo stesso modo dei modelli scolastici e culturali, collocandoli nel quadro definito da determinate "situazioni" socioculturali, identificabili storicamente e graficamente: ad esempio, come nel caso già citato del libretto di Maddalena "pizzicarola", a Roma al tempo del Sacco del 1527.
ACG: Qui parli dell’esistenza di due "poli di attrazione grafica". A cosa ti riferisci?
AP: Alla situazione per cui, in una società caratterizzata da un processo di alfabetizzazione di massa, si possono formare tipi distinti e contrapposti di scritture usuali, che è anche una delle più feconde per lo studio dei riflessi sociali della cultura grafica elementare. Mi sembra che l’espressione "poli di attrazione grafica" (di Robert Marichal) definisca molto bene questo tipo di realtà.
ACG: E, oltre a ciò, l’opportunità di distinguere i gradi di educazione grafica. In quell’articolo ne individui tre: pura, usuale ed elementare di base.
AP: Ovviamente la definizione terminologica dei tre livelli di esecuzione e, in definitiva, di cultura grafica è qualcosa di astratto e non ha ragione di essere applicata meccanicamente, perché "non risulti falsata la concezione dinamica della paleografia" (come notò Franco Bartoloni nel 1951). Il proposito era, ed è, di dedurre dal modo di scrivere tutto il possibile circa la cultura grafica degli scriventi, che ora propongo di articolare in sei categorie (Prima lezione di paleografia, pp. 19-21). Anche così, in ogni caso, il "filo d’Arianna" che deve guidarci non può essere altro che l’analisi formale delle tecniche di esecuzione delle forme grafiche.
ACG: A questo fine si può ricorrere allo studio di talune scritture autografe (come le registrazioni di un libro di conti, i registri di certe confraternite o le ricevute e quietanze) o alle sottoscrizioni di documenti, come hai fatto nelle tue indagini sull’alfabetismo altomedievale [12].
AP: Naturalmente sì. Per l’epoca altomedievale le sottoscrizioni autografe dei testimoni, che compaiono nei documenti privati e nei placiti mi sono sembrate una fonte molto ricca e inesplorata, che ha messo in luce un ampio strato di semialfabeti funzionali e di alfabeti organici, sia laici sia ecclesiastici, dei quali si ignorava letteralmente l’esistenza. Da questo punto di vista, il caso di Salerno, studiato con Carlo Romeo, risulta esemplare.
ACG: Che cosa pensi oggi del valore della firma come paradigma indiziario dell’alfabetismo?
AP: Oggi sono più prudente circa il valore assoluto delle sottoscrizioni testimoniali per la storia della cultura scritta (per quelle altomedievali si possono vedere le osservazioni di Paola Supino in Escribir y leer en Occidente, Valencia, 1995, pp. 47-61) [13]; e, senza dubbio, in una situazione di ampia diffusione sociale della capacità grafica, esse perdono il loro valore di testimonianza a confronto di altri documenti grafici più complessi, come le lettere, i conti, le memorie e altri ancora.

      Scrittura e società

ACG: La diffusione e la funzione sociale della scrittura sono due idee portanti del tuo procedimento scientifico. Come dobbiamo intenderle?
AP: La scrittura, a differenza del linguaggio, non è una facoltà innata nella specie umana. Costituisce un capacità tecnica che si apprende e che, ancora oggi, a livello mondiale è appresa solo da una parte degli uomini e delle donne. Nel passato della nostra civiltà si sono alternate società caratterizzate da un’ampia diffusione della capacità grafica e altre nelle quali tale capacità è stata meno o molto poco estesa. Credere che una paleografia "scientifica" (non ho mai capito cosa voglia dire) possa ignorare questi aspetti, limitandosi allo studio dei caratteri formali delle distinte tipologie o dei processi di sviluppo di certe tendenze grafiche, è, secondo me, un autentico ed evidente errore di metodo; fra l’altro, perché le caratteristiche formali delle diverse tipologie derivano, direttamente o indirettamente, dalle loro funzioni in rapporto alla diffusione sociale. Inoltre, in generale si può affermare che l’ampiezza della diffusione sociale della capacità grafica determina i modi stessi di realizzarla.
ACG: E in che misura essa si pone in relazione con gli aspetti politici, sociali, economici, religiosi o culturali?
AP: La diffusione sociale dell’istruzione (o dell’informazione) è uno dei principali elementi di sviluppo di un paese e, di conseguenza, della sua gestione politica, oggi come nel II secolo d. C., nell’Atene di Pericle come nella Roma del Cinquecento. Inoltre rappresenta lo strumento più diretto per il controllo ideologico dei sudditi e dei cittadini da parte delle classi dominanti e dei gruppi dirigenti, considerato che questi sono quelli che regolano, secondo la propria convenienza, i flussi della trasmissione educativa e culturale.
ACG: La relazione costante che si stabilisce nella tua opera fra scrittura e società ti ha portato anche a studiare e valorizzare tanto le testimonianze scritte dalle classi subalterne quanto quelle ad esse indirizzate.
AP: Hai ragione. Ho sempre pensato che, nelle società parzialmente alfabetizzate, il ruolo del semialfabeta sia (ed è) molto importante, pur essendo egli solo un intermediario tra il mondo della cultura orale e quello della cultura scritta. D’altra parte, soprattutto nelle epoche di forte espansione dei processi di alfabetizzazione, le testimonianze scritte dei semialfabeti subalterni hanno messo in rilievo l’uso di modelli grafici particolari, spesso di "lunga durata" (come la A maiuscola con traversa triangolare), o anche di alcune forme grafiche anticipatrici, come determinate "minuscole" utilizzate nella scrittura capitale latina (secoli I-II d. C.).
ACG: Ma non solo, perché la conquista popolare della scrittura passa anche attraverso l’attività dello "scrivere per altri" [14]. Si può parlare di epoche in cui tale pratica appare più importante?
AP: La pratica dello scrivere per altri risulta particolarmente diffusa in quelle società e quei periodi in cui la progressiva burocratizzazione dei poteri pubblici e degli apparati statali esige determinate prestazioni di scrittura da parte dei subordinati, per ragioni amministrative, fiscali, giuridiche o giudiziarie. Ad esempio, nell’Egitto romano–bizantino e, in Europa, nelle società di Antico Regime, fino al XIX e, in taluni casi, anche al XX secolo.
ACG: In effetti, ancora ai giorni nostri non sono pochi i luoghi nei quali si ricorre allo scrivano pubblico per sopperire all’incompetenza alfabetica. Ricordo adesso il caso, studiato da Judy Kalman, degli scrivani della Piazza S. Domenico a Città del Messico [15]. Si può parlare di una certa continuità tra questi, la delega della scrittura durante il Rinascimento o gli hypografeis dell’Egitto greco-romano?
AP: Più che di una continuità, di una ricorrenza di pratiche simili in situazioni analoghe.
ACG: Che tipo di funzioni svolge chi scrive per altri?
AP: Chi soddisfa l’esigenza di scrittura proveniente dal basso può essere sia un professionista (pubblico scrivano), che vende la sua capacità grafica e testuale, sia un familiare, un vicino o un collega di lavoro, talora semialfabeta. Con ciò, non si deve dimenticare che è sempre esistita una pratica dello scrivere per gli altri che si è sviluppata e si sviluppa in seno alle cancellerie e a quegli organismi nei quali alcuni professionisti hanno scritto e scrivono i documenti in nome dei sovrani e dei titolari di cariche pubbliche. In situazioni analoghe si trova la funzione grafica e certificatrice dei notai ed affini, dalla tarda antichità fino all’età contemporanea.
ACG: La storia della scrittura è quindi un riflesso della disuguaglianza strutturale delle diverse società?
AP: Naturalmente sì, se consideriamo la diffusione sociale della capacità di scrivere come un elemento determinante per la comprensione storica dei fenomeni grafici.
ACG: È anche la storia di una lotta?
AP: Certamente sì, tutte le volte in cui in una società soltanto parzialmente alfabetizzata la capacità di scrivere rappresenta un privilegio sul piano sociale, economico e, chiaramente, culturale; e chi ne rimane escluso ne soffre e, sempre che sia cosciente di ciò, tenderà a lottare per conquistare tale capacità, individualmente o insieme ad altri.

      Scrittura: ideologia e rappresentazione

ACG: Insieme all’analisi sincronica delle scritture utilizzate in un dato momento, la diacronia è un’altra coordinata di cui ti servi nei tuoi lavori. Soprattutto è presente in due opere di notevole ambizione intellettuale: La scrittura. Ideologia e rappresentazione (1986) [16] e Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale (1995).
AP: La scrittura. Ideologia e rappresentazione fu un incarico datomi da Federico Zeri per un’opera collettiva; pertanto, in questo caso, l’ampiezza dell’arco cronologico mi fu imposta. Nell’altro, Le scritture ultime, che si occupa ugualmente di scritture esposte, mi apparve naturale e opportuno seguire l’intera traiettoria del fenomeno, partendo dall’VIII secolo a. C. fino a giungere alla realtà contemporanea. Portare a termine le indagini richieste per la realizzazione di entrambi i testi è stato qualcosa che mi ha arricchito enormemente sul piano culturale e mi ha molto gratificato, anche per il successo notevole che tali opere hanno avuto in Italia e all’estero [17].
ACG: Concentrandoci sulla prima delle due opere, quale relazione si può stabilire fra le scritture esposte e la struttura del potere sociale in un certo momento, per esempio nella Roma di Sisto V?
AP: Sisto V era un politico di grande ambizione e forte volontà, che volle "contrassegnare" la capitale della Chiesa cattolica con il suo nome e il suo emblema; a tale scopo dispose un ampio programma di ristrutturazione urbanistica di Roma, finalizzato a creare monumenti e piazze recanti scritture esposte di tipo solenne a lui dedicate. Ed ebbe ragione, in quanto la maggior parte di tali segni, veri e propri "stigmi" di notevole violenza, rimangono tuttora nella città.
ACG: E nell’Italia fascista?
AP: Ovviamente Mussolini non era Sisto V; tuttavia, come lui, abbatté il centro di Roma per trasformarlo mediante la costruzione di monumenti scritti, dotati di messaggi o citazioni (in italiano e in latino) inneggianti o celebranti il regime fascista e il suo duce; e, come per Sisto V, i migliori architetti e grafici dell’Italia di allora contribuirono al successo di questo ennesimo "rinascimento scrittorio", impiegando la nuovissima capitale "bastone" di stile novecentesco.
ACG: È evidente, come tu stesso hai sostenuto, che tali scritture implichino qualcosa di più della mera trasmissione di un determinato testo. A che cosa ti riferisci?
AP: Mi riferisco alla trasmissione, con e oltre il messaggio verbale (spesso incomprensibile alla media dei lettori, sia per l’uso frequentissimo di abbreviazioni sia per la sottigliezza e la stringatezza del linguaggio), di un altro messaggio, fortemente simbolico, di preminenza, autorità, potenza e, soprattutto, presenza duratura.
ACG: Come influiscono la struttura e la composizione di una iscrizione sulla sua ricezione, sulla sua leggibilità?
AP: In molte maniere: soprattutto mediante strategie specifiche di occupazione degli spazi della scrittura e di realizzazione delle forme grafiche; con particolari accorgimenti tecnici (per esempio, l’incisione triangolare dei tratti); e, infine, con l’inserzione, ben visibile, di elementi figurativi e modanature in grado di dare maggior risalto allo scritto.
ACG: La scrittura come rappresentazione. Si tratta di questo?
AP: Sì, la scrittura è costituita da elementi tracciati e ordinati nello spazio secondo le regole formali di un determinato disegno; e, pertanto, è anche, ma non solo, una forma, con le sue corrispondenti valenze estetiche.
ACG: Quale contributo apportano alla storia dell’alfabetismo e della cultura scritta le scritture monumentali o "di apparato", quelle murali o spontanee, i graffiti?
AP: L’uso improprio e criminale dei graffiti murali spontanei, incisi, dipinti o disegnati, rappresenta un tipo di espressione grafica abitualmente caratterizzato da forme espressive innovatrici e "che richiamano l’attenzione", rispondenti a una chiara volontà politica di occupazione violenta di spazi proibiti. Oggi esiste comunque anche una produzione artistica di graffiti opera di giovani professionisti del disegno urbano che obiettivamente implica un abbellimento di zone urbane degradate. E nel passato alcuni tipi usuali di graffiti (come nelle città antiche o nei santuari medievali) furono tollerati, accettati e riconosciuti.
ACG: Nelle Scritture ultime la tua "audacia" intellettuale risulta ancor maggiore. Elabori infatti tutta un’interpretazione della funzione e dell’uso delle scritture legate alla morte dalle sepolture paleolitiche fino ai recenti "cimiteri giardino". Cosa ti ha portato a intraprendere questo lavoro?
AP: Soprattutto il desiderio di studiare la diversa distribuzione del "diritto alla morte scritta", dalla quale per millenni furono escluse le classi subalterne (anche Mozart finì, come un corpo anonimo, in una fossa comune). Inoltre, la constatazione che i cimiteri rappresentano un vero e proprio libro a cielo aperto. Infine, sul terreno personale, può essere stato anche il desiderio di esorcizzare e razionalizzare il timore della morte all’ingresso nella "terza età".
ACG: In che misura le scritture funebri testimoniano diverse ideologie ovvero politiche della morte?
AP: Direi complessivamente: nella scelta dei luoghi di esposizione, nei modelli formali scelti, nella esecuzione grafica, nella partecipazione personale dei sopravvissuti. Ritengo che certamente non esista una categoria di testimonianze scritte tanto carica di significati come questa.
ACG: Una strumentalizzazione della scrittura diretta più ai vivi che ai morti. Perché?
AP: Perché ovviamente coloro che sopravvivono, secondo i propri criteri, gestiscono la strategia della scrittura funebre e la indirizzano a un pubblico di lettori indiscutibilmente vivi, presenti e futuri, con finalità che corrispondono ai propri interessi, desideri e ideologie. Perciò, nella Premessa a quel libro, affermavo di aver raccontato una storia "fatta insieme di orgogli e di esclusioni, di dominio e di ideologie, di paure e di crudeltà, di affetti e di memorie, esattamente come tutte le altre possibili".
ACG: Quando e perché avviene l’accesso delle classi popolari alla "morte scritta"?
AP: Fu soltanto fra i secoli XIX e XX, al fine di esorcizzare l’orrore provocato dalle stragi di massa causate dalle grandi guerre, a cominciare da quella civile americana, che si riconobbe il diritto alla morte scritta per tutti i caduti, appartenenti in maggioranza alle classi subalterne. In questo periodo il diritto andò estendendosi gradualmente a tutti, o quasi, i civili. Allo stesso modo il processo di alfabetizzazione di massa che ha caratterizzato la società occidentale nell’epoca contemporanea ha contribuito a creare una diffusa coscienza del ricordo scritto e pubblico dei morti, di tutti i morti, come una sorta di diritto comune.

      Fra il manoscritto e Internet

ACG: La prospettiva diacronica ci aiuta a comprendere nella sua giusta dimensione i cambiamenti avvenuti nello svolgimento storico della cultura scritta. Tu stesso hai affermato che "nella storia della cultura scritta sembra che non esistano cambi o innovazioni, anche radicali, che non siano ispirati a modelli probabilmente anteriori di alcuni secoli" [18]. È per questo motivo che in diversi tuoi lavori hai sostenuto una continuità storica tra i secoli XI e XVIII? [19]
AP: Le ragioni per le quali i cambiamenti dei modelli formali che intervengono nella storia della cultura scritta occidentale si ispirano a modelli precedenti sono dovute al fatto che essi partono quasi sempre da intellettuali o artisti impregnati di cultura umanistica o di culto del passato. L’unico cambiamento importante di forme grafiche dovuto ad altri fattori (comunque li si voglia definire) fu la trasformazione della scrittura usuale latina tra il II e il III secolo d. C. da un sistema capitale a un altro sostanzialmente minuscolo. D’altra parte la continuità fra XI e XVIII secolo mi fu imposta dalle circostanze e dagli argomenti.
ACG: A proposito di stabilità e rottura, cosa succede riguardo alla stampa, un tema al quale hai ugualmente dedicato vari studi?
AP: Innanzitutto si deve ricordare che l’epoca della stampa, sia quella di Gutenberg (secoli XV-XVIII) sia quella posteriore, è stata comunque un periodo di ampia e abbondante produzione manoscritta: di libri, lettere e testimonianze documentarie e quotidiane. Di fatto, nel mondo della scrittura latina occidentale non si è mai scritto tanto a mano come fra il XVI e il XX secolo. Per quanto concerne la stampa, tutti i cambiamenti formali che essa ha sperimentato sono stati provocati dai progressi tecnologici, dalla pressione di un pubblico di lettori sempre più numeroso ed esigente e, insomma, da un crescente processo di industrializzazione e diffusione di massa della scrittura a stampa.
ACG: Per quanto riguarda il manoscritto, come valuti l’importanza che ha acquisito lo studio della sua utilizzazione in epoca moderna?
AP: La presa di coscienza, nel secolo passato, del fatto che esiste un enorme patrimonio manoscritto, che si è andato accumulando dal Rinascimento all’età contemporanea, e che finora era rimasto completamente al margine dell’attenzione dei paleografi e diplomatisti (medievisti e classicisti, per formazione) ha costituito un evento critico di grande importanza, dovuto tanto agli storici modernisti e contemporaneisti quanto ai linguisti e studiosi della produzione letteraria. Ciononostante, la differenza di interessi e tradizioni di studio di queste due aree disciplinari e la scarsa attenzione data da entrambe agli aspetti propriamente materiali e grafici di tale produzione ha fatto sì che i risultati finora ottenuti appaiano parziali e un po’ deludenti dal punto di vista di una storia globale della cultura scritta. Si debbono tuttavia segnalare gli apporti di alcuni studiosi, come Donald McKenzie, Roger Chartier, Francisco Rico, Alfredo Stussi, Louis Hay e la sua scuola (ITEM di Parigi [20]), Donald H. Reiman, e altri anche del settore filologico-letterario. Senza dimenticare la nascita di un’autentica e combattiva diplomatica politica della documentazione contemporanea, alla quale, per esempio, si lega parte dell’attività scientifica di Luciano Canfora, un filologo e storico dell’antichità politica, politicamente e civilmente impegnato.
ACG: Non ti sembra tuttavia che si rischi di incorrere in una qualche commistione di pratiche di scrittura e in un indefinito ed eccessivo uso del termine manoscritto?
AP: Indubbiamente sì. La categoria di produzione scritta che si può designare come "manoscritta" è varia e vasta; tuttavia, proprio per questo motivo, il suo studio non deve basarsi soltanto sul principio della "globalità", ma anche su quello della "distinzione": "distinguere per comprendere", è una massima che mi piace molto.
ACG: Quali sarebbero quindi le principali manifestazioni moderne di questa cultura manoscritta?
AP: Certamente moltissime, nell’ambito privato, pubblico o documentario, e concernono tutte le attività che richiedano "interventi" manuali (più o meno formalizzati) per la registrazione scritta di qualsiasi tipo di testo: dai quaderni scolastici ai conti, dalle memorie domestiche ai diari personali e alle lettere, dalle ricette mediche e magiche alle minute di testi scientifici e letterari e tanti altri.
ACG: Considerata la vastità del territorio da esplorare, dove dovremmo indirizzare le nostre ricerche?
AP: Ricordando il noto appello di Jean Mallon al vagabondaggio fra qualsiasi tipo di testimonianza scritta (e non solo manoscritta, vorrei aggiungere), potrei risponderti: in tutte le direzioni. Per ciò che riguarda il mondo moderno e contemporaneo, i prodotti manoscritti non possono comprendersi e interpretarsi storicamente se non nella loro relazione con quelli stampati. E, sicuramente, una considerazione "globale" della cultura scritta, di tutta la cultura scritta, include anche le iscrizioni incise o dipinte, i graffiti, le "leggende" delle monete o dei sigilli, e tutto il materiale scritto che incontriamo casualmente o nel corso di una meticolosa ricerca.
ACG: Passando al tema della scrittura epistolare, sulla quale stai adesso lavorando, quali obiettivi persegui nello studiare l’epistolografia privata latina nell’Europa medievale?
AP: Iniziata formalmente nel 1993, questa ricerca ha due obiettivi: il primo consiste nella pubblicazione, con trascrizione diplomatica, edizione critica e riproduzione facsimilare (recto e verso), di tutte le missive originali dell’Occidente latino dal secolo VII al 1250, cioè dall’alto medioevo fino alle prime testimonianze di lettere su carta nelle lingue volgari europee. Per ora contiamo di pubblicare una serie di volumi relativi agli esemplari più antichi (secolo VII – 1100) conservati nei diversi paesi d’Europa. A questa impresa collaborano con me tre giovani e competenti ricercatori pisani: Giulia Ammannati, Antonino Mastruzzo ed Ernesto Stagni. Il secondo obiettivo consiste nella redazione di un libro sulla storia della comunicazione scritta delle origini più antiche ai giorni nostri, quando questa forma di relazione tra gli uomini sembra prossima a esaurirsi. Da molto tempo, a questo proposito, sto raccogliendo materiale ed effettuando verifiche in Italia e all’estero. Desidero aggiungere che entrambi i progetti sono nati nell’ambito dell’attività didattica svolta, a partire dal 1991, presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; anno dopo anno li ho discussi con gli straordinari studenti e ‘pefezionandi’ che studiano e lavorano con noi, dai quali ho sempre ricevuto stimoli e validi suggerimenti.
ACG: Ci puoi anticipare i risultati di questo studio?
AP: Posso enumerarne alcuni fra i più rilevanti: l’elevato numero di minute di lettere, scritte (per conservarle?) sui margini o sulle guardie dei libri manoscritti, soprattutto fra il X e il XII secolo; l’assenza di lettere originali in alcuni dei grandi archivi monastici, come Cava dei Tirreni e Montecassino, e invece la loro cospicua presenza in altri anche di origine ecclesiastica, come quelli di S. Ambrogio a Milano, di Spalato in Dalmazia, di Marsiglia per il secolo XII; o l’uso di materiali scrittori "antichi", diversi dalla pergamena (come ardesia e papiro), fino alla fine del secolo VIII.
ACG: In termini sociologici quali cambiamenti si avvertono nella condizione degli utenti della corrispondenza scritta?
AP: Prendendo in considerazione tutto il periodo, dal secolo VII fino al 1250, le modificazioni socioculturali in quello che potremmo chiamare il "pubblico epistolare" sono, come è ovvio, molto significative. La prima lettera della serie, quella già menzionata del secolo VII, è di un laico che si rivolge a un ecclesiastico; in seguito, dall’VIII al X secolo, gli scriventi e i destinatari sono quasi esclusivamente ecclesiastici; a partire dalla fine del secolo X, e per i secoli XI e XII, i laici ricompaiono tra i mittenti e i destinatari; e infine, nel corso della prima metà del secolo XIII, in tutta l’Europa occidentale, i laici riprendono a scrivere lettere facendolo nelle rispettive lingue madri e su materiale scrittorio meno costoso: la carta.
ACG: Secondo quanto affermi nella Prima lezione di paleografia, studiando gli usi epistolari, nel corso della storia si constata una chiara contrapposizione tra l’uniformità della struttura testuale e la diversità materiale dei supporti e delle tecniche. In che senso?
AP: Nei suoi elementi essenziali la struttura fondamentale del testo epistolare è già praticamente fissata negli esemplari più antichi dell’epoca classica: intestazione, con indicazione del mittente e del destinatario, notizie, ragioni per le quali si scrive la lettera, saluti finali, sottoscrizione del mittente; sul verso: indirizzo. Al contrario, le caratteristiche materiali sono molto diverse, sia per quanto riguarda il supporto scrittorio (materiale duro, papiro, pergamena, carta) sia nella disposizione del testo, nell’impaginazione, nella scrittura, nelle procedure di spedizione e di apposizione del sigillo.
ACG: L’e-mail è un ulteriore esempio di scrittura epistolare o qualcosa di sostanzialmente diverso?
AP: Credo che fra le due pratiche epistolari esistano differenze di fondo e che la corrispondenza via e-mail si allontanerà sempre più da quella tradizionale manoscritta. Ciò soprattutto per ragioni tecniche, ma anche perché non riproduce la struttura testuale della lettera tradizionale e tende a innovare profondamente l’intera prassi comunicativa.
ACG: Se dovessimo indagare le pratiche storiche della corrispondenza scritta, tema altrettanto in voga, quali domande dovremmo porci nell’affrontare questo argomento dal punto di vista della storia della cultura scritta?
AP: D’accordo con il già ricordato Jean Mallon, il modus operandi del paleografo dovrebbe essere il vagabondaggio libero attraverso le testimonianze scritte. Noi pertanto possiamo e dobbiamo sempre andare a caccia di diverse fonti scritte; tuttavia, una volta che le abbiamo distinte, dobbiamo formulare loro sempre le medesime canoniche domande: cosa, quando, come, chi, perché, per chi. Esse infatti servono per rivelare gli usi sociali sia dei libri e dei documenti, sia delle lettere e dei conti, dei graffiti e delle iscrizioni, delle scritture devozionali e magiche, degli appunti dei dotti e di quelli degli studenti. In definitiva, lungo questo vagabondaggio si cammina molto e si attraversano paesaggi sempre diversi, ma senza cambiare calzature.
ACG: Sicuri che il libro non è morto né morirà, che funzione riserviamo alla scrittura a mano nell’era di Internet?
AP: La pratica della scrittura a mano continuerà almeno per un certo periodo di tempo e per ragioni ogni volta più private e marginali: penso in particolar modo alla scrittura a matita su carta. D’altro canto, sono secoli che nessuno scrive su pergamena (salvo casi eccezionali!) e sono alcuni anni che nessuno scrive a macchina. E tuttavia si continua a scrivere!
ACG: Forse la scrittura a mano avrà un carattere di eccellenza come certi usi del manoscritto dopo l’introduzione della stampa?
AP: Sicuramente no. Fra il libro manoscritto e quello a stampa c’è stata una continuità; fra la scrittura informatica e le scritture tradizionali c’è soltanto rottura e rifiuto, se non altro per ragioni generazionali oltre che socioculturali.
ACG: Cosa può significare (o sta significando) la scomparsa dei manoscritti che attestano le diverse tappe della concezione di un testo?
AP: Semplicemente la quasi totale scomparsa della critica genetica, basata interamente sulle successive testimonianze su carta che si sono conservate. D’ora in avanti si potrà lavorare soltanto sui processi genetici del passato, quelli di cui si sono conservate tracce scritte.
ACG: Nella nostra epoca è evidente che la progressiva diffusione di Internet ha alterato tempi, modi, tecniche e linguaggi della comunicazione scritta. Siamo già in condizioni di poterli studiare?
AP: Credo che ancora non sia possibile, almeno per ciò che mi concerne. Potrebbero farlo altri o, forse, le generazioni future, una volta che i processi e i procedimenti tecnici si siano sviluppati abbastanza da poterne apprezzare tutte le possibilità. Il futuro tuttavia non è nelle mani di nessuno e nemmeno nelle nostre teste. Lo storico non può smettere di guardarsi indietro e per questo molte volte fallisce miseramente.
ACG: Dovremo cambiare i nostri schemi di lavoro?
AP: Non lo credo necessario né probabile, soprattutto perché gli storici della cultura scritta continueranno a occuparsi preferibilmente delle testimonianze del passato, scritte secondo i modi tradizionali.
ACG: Se si perdono taluni usi della scrittura a mano, perde valore l’analisi formale delle testimonianze scritte?
AP: Certamente no. Anche se con metodi opportunamente modificati, l’analisi formale dei prodotti scritti di tipo informatico potrà sempre continuare.
ACG: Inoltre i cambiamenti nei supporti, nelle tecniche e nelle pratiche della cultura scritta formano parte della sua stessa storia.
AP: Certamente sì, anche se spesso si producono differenze più o meno prolungate. E questo non fa che accrescere il fascino del nostro lavoro di ricerca.

È ora di chiudere. Senza dubbio l’ampiezza dei temi, materiali ed epoche analizzati da Armando Petrucci lungo la sua estesa e ricca produzione scientifica richiederebbero molte altre domande. Spero tuttavia di essermi avvicinato in queste pagine all’obiettivo prefissato: cioè ripercorrere i punti salienti di un percorso tanto lungo quanto fruttifero e impegnato, così come far emergere alcune delle questioni e dei problemi che lo accompagnano. Per chi desideri approfondire l’opera di Petrucci aggiungo di seguito una selezione bibliografica della stessa [21].

Bibliografia essenziale [22] [pp. 34-37, non riprodotte]

Note

  1. Armando Petrucci, Prima lezione di paleografia, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. VI.
  2. Roger Chartier - Jean Hébrard, Prólogo. Morfología e historia de la cultura escrita, in Armando Petrucci, Alfabetismo, escritura, sociedad, Barcelona, Gedisa, 1999, p. 20; Francisco Rico, Quién escribía y quién no, "El País - Babelia", 19 febbraio 2000, p. 14.
  3. Perugia, Università degli Studi, 1978; e parzialmente in "Quaderni storici", 38 (1978).
  4. Per la storia della scrittura romana: i graffiti di Condatomagos, "Bollettino dell’ "Archivio paleografico italiano"", s. III, 1 (1962), pp. 85-132; Nuove osservazioni sulle origini della b minuscola nella scrittura romana, "Bollettino dell’ "Archivio paleografico italiano"", s. III, 2-3 (1963-1964), pp. 55-72.
  5. La escritura y la psicología de los pueblos [1963], a cura di Marcel Cohen e Jean Sainte Fare Garnot, México, Siglo XXI, 1968.
  6. Scrittura e libro nell’Italia altomedievale. Il sesto secolo, "Studi medievali", s. III, 10, 2 (1969), pp. 157-213.
  7. Historia de la lectura en el mundo occidental [1995], a cura di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, Madrid, Taurus, 1998, ²2001 (tascabile).
  8. Armando Petrucci, Dietro lo specchio. Alcune riflessioni per non concludere, in Lesen und Schreiben in Europa 1500 – 1900. Vergleichende Perspektiven. Perspectives comparées. Prospettive comparate, a cura di Alfred Nesserli e Roger Chartier, Basel, Schwabe & Co. A. G.-Verlag, 2000, p. 617.
  9. Per la storia dell’alfabetismo e della cultura scritta: metodi – materiali – quesiti [versione castigliana Para la historia del alfabetismo y de la cultura escrita: métodos, materiales y problemas, in A. Petrucci, Alfabetismo, escritura, sociedad cit., pp. 25-39].
  10. Scrittura, alfabetismo ed educazione grafica nella Roma del primo Cinquecento: da un libretto di conti di Maddalena pizzicarola in Trastevere, "Scrittura e civiltà", 2 (1978), pp. 163-207.
  11. Armando Petrucci, Para una istoria qualitativa del alfabetismo [1989], in Alfabetismo, escritura y sociedad cit., pp. 40-56; Attilio Bartoli Langeli, Historia del alfabetismo y método quantitativo [1988-1989], "Signo. Revista de historia de la cultura escrita, 3 (1996), pp. 87-106.
  12. Buona parte di questi lavori sono riuniti in "Scriptores in urbibus". Alfabetismo e cultura scritta nell’Italia altomedievale, Bologna, Il Mulino, 1992 (con Carlo Romeo); e, in traduzione inglese, in Writers and Readers in Medieval Italy. Studies in the History of Written Culture, a cura di Charles M. Radding, New Haven – London, Yale University Press, 1995.
  13. Paola Supino Martini, Alfabetismo e sottoscrizioni testimoniali al documento privato dell’Italia centrale (sec. VIII), in Escribir y leer en Occidente, a cura di Armando Petrucci e Francisco M. Gimeno Blay, Valencia, Universitat de València, Departamento de Historia de la Antigüedad y de la Cultura Escrita, 1995, pp. 47-61.
  14. Armando Petrucci, Escribir para otros [1989], in Alfabetismo, escritura y sociedad cit., pp. 105-116.
  15. Judy Kalman, Writing on the Plaza. Mediated Literacy Practices Among Scribes and Clients in Mexxico City, Cresskill (New Jersey), Hampton Press, 1999.
  16. Una prima versione apparve, con il titolo La scrittura tra ideologia e rappresentazione, come un capitolo della Storia dell’arte italiana. III. Situazioni, momenti, indagini. 2. Grafica e immagine. I. Scrittura, miniatura, disegno, Torino, Einaudi, 1980, pp. 3-123.
  17. A conferma di questa affermazione è opportuno ricordare che la prima delle due opere è stata tradotta in francese e in inglese [Jeux de lettres. Formes et usages de l’inscription in Italie,11e–20e siécles, Paris, Éditions de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, 1993; Public Lettering. Script, Power, and Culture, Chicago-London, The University of Chicago Press, 1993], e la seconda in inglese [Writing the Dead. Death and Writing Strategies in the Western Tadition, Stanford, Stanford University Press, 1998].
  18. Il libro manoscritto, in Letteratura italiana, a cura di Alberto Asor Rosa. II. Produzione e consumo, Torino, Einaudi, 1983, p. 518.
  19. Storia e geografia delle culture scritte (dal secolo XI al secolo XVIII), in Letteratura italiana. Storia e geografia, a cura di Alberto Asor Rosa. II, 1-2. L’età moderna, Torino, Einaudi, 1988, pp. 1193-1292.
  20. Institut des Textes et Manuscrits Modernes, Centre National de la Recherche Scientifique.
  21. Su questo punto non posso fare a meno di citare alcuni saggi storici nei quali, ripercorrendo la storia della paleografia o quella degli studi sull’alfabetismo e la cultura scritta, si analizzano anche gli apporti di Petrucci: Paola Supino Martini, La paleografia latina in Italia da Giorgio Cencetti ai giorni nostri, in Un secolo di paleografia e diplomatica (1887-1986). Per il centenario dell’Istituto di Paleografia dell’Università di Roma, a cura di Armando Petrucci e Alessandro Pratesi, Roma, Gela editrice, 1988, pp.64-76; e, modestamente, Antonio Castillo Gómez e Carlo Sáez Sánchez, Paleografía versus alfabetización. Reflexiones sobre historia social de la cultura escrita, "Signo. Revista de historia de la cultura escrita", 1 (1994), pp. 153-157. Si veda inoltre la nota bibliografica di L. M. Cesaretti Salvi in Enciclopedia Italiana. Appendice 2000, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000, p. 429.
  22. Questa bibliografia comprende soltanto le monografie di Armando Petrucci, le opere pubblicate sotto la sua direzione e gli articoli tradotti in spagnolo. Per il complesso della sua produzione si veda Marco Palma, Bibliografia degli scritti di Armando Petrucci, Roma, Viella, 2002, consultabile anche nel sito della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino (http://www.let.unicas.it/links/didattica/palma/bibpetru.htm) e periodicamente aggiornata.

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